Sinodo: card. Zuppi a L’Osservatore Romano, “dobbiamo saper guardare e interpretare le doglie della creazione”

“La Chiesa italiana attraversa diversi e non semplici problemi ma credo anche che vanti una prerogativa importante: è una Chiesa ricca di spiritualità e di carità per i poveri. E penso che è da qui che dobbiamo ripartire”. Sono queste le parole del card. Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei e arcivescovo di Bologna, nell’intervista a L’Osservatore Romano dal titolo “La Chiesa che conversa con gli uomini del suo tempo”. Una riflessione che parte dalla difficoltà del cammino sinodale, dimostrazione di come sia necessario, soprattutto in questo momento particolare nella vita della Chiesa e del mondo, cioè al termine della pandemia di Covid-19 che ha sconvolto le vite, cambiato le abitudini anche religiose, svuotato le chiese, inciso sul sentimento religioso, sull’essere comunità ed anche sul modo di pregare. “Dobbiamo ripartire da due domande: perché camminare e perché camminare insieme ad altri compagni di viaggio. E questo richiede una grande passione”, aggiunge il card. Zuppi che invita a camminare insieme non come evento dimostrativo ma guardando con lo sguardo di Gesù alle stanchezze e fragilità: “Saper guardare e interpretare le doglie della creazione, che sono non solo la pandemia, ma anche la guerra, la rovina dell’ambiente, il degradare delle relazioni interpersonali e sociali. Non per lamentarci ma per cogliere quanto c’è comunque di generativo nelle sofferenze dell’oggi”. Il Sinodo deve essere una straordinaria opportunità affinché la Chiesa recuperi una forte passione, come Papa Francesco, a parlare a tutti. “Dobbiamo allora con coraggio comprendere l’antropologia, i cambiamenti già intervenuti e quelli che una rapidità vanno prospettandosi. E poi, con altrettanto coraggio, porci la domanda sul perché la bellezza umana dell’essere cristiani non attrae e quella sul ‘che fare?’. Tanti si sentono giudicati e non amati, così non facciamo né l’uno né l’altro”, prosegue il presidente della Cei che inserisce nell’argomento le questioni scientifiche, di genere e del digitale: “Non possiamo certo limitarci a una sfilza di ‘no’. Dobbiamo piuttosto impegnarci a costruire il profilo attuale del cristiano, cioè dell’uomo evangelico, che è quello di sempre ma che deve parlare all’uomo di oggi. E poi non dimentichiamo che Dio è sempre più intimo a noi stessi. E non solo ci conosce ma ci insegna a conoscerci. Meglio di così!”.

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