Più lavoro “grigio” che lavoro nero, ma anche una crescente necessità di ripensare la gestione dei flussi migratori per rispondere ai fabbisogni dell’agricoltura italiana. È quanto emerge dal rapporto “Made in Immigritaly” di Fai-Cisl. Secondo Maurizio Ambrosini dell’Università degli Studi di Milano “i sistemi produttivi più avanzati, le imprese più grandi e strutturate, le colture più meccanizzate si associano con trattamenti dei lavoratori più conformi agli standard contrattuali”. Per il politologo Paolo Naso, del Centro Studi Confronti “ad oltre 20 anni dalla Bossi-Fini e a fronte di interventi frammentari e talora contraddittori, anche il mondo della produzione agricola ha bisogno di interventi strategici e correnti”. E chiede “una politica fondata su legalità, diritti, programmazione e integrazione”. Per Antonio Castellucci, reggente nazionale della Fai-Cisl, in questi anni sono state realizzate “tante buone pratiche di inclusione e contrasto alle irregolarità valorizzando la contrattazione, la bilateralità, i servizi offerti dal sindacato” però, “manca ancora una politica migratoria moderna, efficiente e coerente”. Tra le proposte avanzate dal rapporto figurano la semplificazione burocratica degli ingressi regolari, il superamento dei click day con un maggiore coinvolgimento di associazioni datoriali e sindacali, regolarizzazioni periodiche per chi perde lo status regolare a causa di anomalie amministrative e l’introduzione di visti temporanei per la ricerca di lavoro.