“Ieri la Corte d’Assise di Latina ha condannato Antonello Lovato alla pena di 16 anni di reclusione per l’omicidio volontario di Satnam Singh, rigettando la richiesta della difesa di riqualificare la fattispecie in omicidio colposo. La lettura del dispositivo è arrivata al termine di una Camera di Consiglio di oltre 5 ore”. Lo ricorda oggi l’Anmil, in una nota, sottolineando come “la sentenza sia stata coraggiosa” e ora sia necessario proseguire nelle azioni di contrasto all’insucrezza nei luoghi di lavoro.
L’Anmil è parte civile nel processo. “Questa decisione assume un significato che va oltre il singolo accertamento penale – spiega l’avvocato dell’Anmil, Massimiliano Gabrielli -. Il processo Satnam Singh riguarda infatti l’intero sistema della prevenzione e della tutela della sicurezza nei luoghi di lavoro; ed è divenuto simbolo di una condizione denunciata da anni: quando la sicurezza viene considerata un costo e non un dovere, il rischio di infortuni gravi e mortali smette di essere una fatalità e diventa il risultato di una precisa scelta organizzativa”.
“Nel nostro Paese una sentenza di 16 anni per un datore di lavoro è cosa rara”, dichiara il presidente nazionale dell’Anmil, Amedeo Bozzer, dopo il verdetto.
“Il nostro pensiero e pieno sostegno continua ad andare a Soni, la vedova di Satnam, che ha deciso di rimanere in Italia nonostante l’orrore consegnatogli dal nostro Paese. A lei dobbiamo chiedere perdono come comunità, perché a seguito dell’atroce morte di suo marito il sistema criminale che fa da padrone nei nostri campi non ha regredito di un passo, continuando a consegnare alle coscienze di tutti il martirio di quanti raggiungono l’Italia nella speranza di un futuro migliore e vengono accolti da sfruttamento e morte”.
“La presenza di Anmil come parte civile risponde proprio all’esigenza di portare nel processo penale la voce delle vittime del lavoro e delle loro famiglie, riaffermando il principio secondo cui la sicurezza non può essere considerata un adempimento formale, ma costituisce il primo presidio di civiltà nei rapporti di lavoro”, osserva Gabrielli.
L’auspicio dell’Associazione risiede nel trarre da questo ennesimo sacrificio la spinta per combattere definitivamente il caporalato in ogni filiera, partendo da quella agroalimentare. “Questa sentenza non sancisce una fine, chiama ancora più forte il prosieguo di una lotta”, conclude Bozzer.