Nelle Rsa italiane migliaia di residenti hanno un’infezione correlata all’assistenza (Ica), in molti casi resistente agli antibiotici, che in buona parte potrebbe essere prevenuta con una serie di misure. A realizzare una fotografia della situazione e realizzare una “cassetta degli attrezzi” utile a operatori, pazienti e istituzioni è stato il progetto Ccm “La tutela della salute nelle strutture residenziali sociosanitarie: un impegno condiviso per prevenire e controllare le infezioni correlate all’assistenza”, finanziato dal Ministero della Salute. Durante il meeting finale, che si è tenuto oggi a Udine, sono stati presentati i risultati delle survey condotte, che stimano mediamente una Ica per il 2,6% dei residenti, e i materiali realizzati, fra cui un manuale per gli operatori, due corsi di formazione a distanza (Fad) e una piattaforma informatica per fornire evidenze sulla prevenzione e la gestione del fenomeno nelle Rsa.
“Il progetto ha messo in luce diversi aspetti da migliorare per affrontare il problema, e mette a disposizione degli strumenti condivisi e validati scientificamente – sottolinea Silvio Brusaferro, ordinario di Igiene generale ed applicata dell’Università di Udine, che ha coordinato lo studio -. Uno dei problemi principali è quello della tassonomia, con il termine Rsa si identificano realtà molto diverse tra loro per dimensioni e intensità di cura. La frammentazione degli approcci rende difficile garantire standard minimi omogenei in tutto il paese e anche proporre raccomandazioni per tipologia di struttura”.
“Il settore – spiegano Enrico Ricchizzi, epidemiologo della Regione Emilia Romagna, e Giancarlo Ripabelli, ordinario di Igiene dell’Università del Molise- copre una vastissima area di assistenza del sistema sanitario e sociale con dimensioni più che doppie rispetto agli ospedali per acuti (7 posti letto x 1.000 abitanti vs 3 posti letto x 1.000 abitanti), ma appare estremamente frammentato a livello tassonomico, normativo, organizzativo e di standard assistenziali. Anche la distribuzione sul territorio italiano non è uniforme, con il Sud che ha molto meno posti letto rispetto ad alcune aree del nord”.
L’indagine sulla prevalenza delle Ica e sull’uso di antimicrobici, denominata Halt, giunta alla quarta edizione, è stata condotta nel 2024 su un campione nazionale di 470 strutture e 31.670 residenti. Il giorno dell’indagine il 2,6% dei residenti presentava almeno una Ica, un numero in calo rispetto a quella precedente (2017): le più frequenti erano urinarie (37,8%) e respiratorie (33,3%). Inoltre, 915 residenti (2,9%) erano in trattamento con antimicrobici, principalmente penicilline (26,3%), cefalosporine (24,6%) e fluorochinoloni (10,5%). Il 46,2% dei microrganismi monitorati risultava resistente ad almeno una classe di antibiotici. Il report è stato reso disponibile sul sito dell’Iss.