Suicidio assistito: Gambino (Scienza&Vita), “no ad equiparare persone tetraplegiche a malati terminali tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale”

foto SIR/Marco Calvarese

“Sta passando l’idea che il tetraplegico possa avere i requisiti per accedere al suicidio assistito grazie ad una lettura ‘estensiva’ dell’accezione di sostegno vitale all’interno della quale vengono ricompresi anche situazioni curative e sostegni che sono più medici che non davvero ‘salvavita’”. A dirlo in un’intervista al Sir è Alberto Gambino, presidente di Scienza & Vita e prorettore vicario dell’Università europea di Roma, all’indomani del via libera della Commissione medica dell’Azienda sanitaria unica regionale delle Marche per il farmaco letale che “Antonio”, tetraplegico di 44 anni, potrà auto somministrarsi per porre fine alla sua vita. Il secondo caso di suicidio assistito in Italia dopo quello di “Mario”, lo scorso 16 giungo, sempre nelle Marche.
Molti, secondo Gambino, i rischi derivanti da una interpretazione “estensiva” dei paletti stabiliti dalla sentenza 242/2019 della Corte costituzionale sul caso Cappato-Antoniani. “Equiparare un tetraplegico a chi è in una fase terminale della propria vita nasconde una grave insidia: quella di far passare il messaggio culturale che le esistenze di tutti coloro che si trovano in una condizione irreversibile come un tetraplegico, ma non strettamente di fine vita, possano essere interpretate come non degne di essere vissute”, spiega il giurista. “Un messaggio devastante perché si sta ‘estendendo’ l’interpretazione di un preciso requisito stabilito dalla Corte costituzionale che, correttamente inteso, fa riferimento ad una dipendenza da trattamenti di sostegno delle funzioni vitali, mentre ora si vogliono viceversa includere situazioni che potrebbero proseguire naturalmente il loro corso sulla terra per decenni”.

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