Funerali Vincenzo Trovato: mons. Isacchi (Monreale), “l’unica parola buona è la nostra presenza”. L’esserci è “il primo passo per alimentare la speranza e il cambiamento”

“Carissimi mamma Rosalia e papà Enrico, carissimo Vito e famigliari tutti: non siete soli. Siamo in tanti ad essere venuti in questa chiesa per stringerci intorno a voi. Non troviamo parole umane capaci di esprimere ciò che proviamo in questo momento. L’unica parola che ci è sembrata buona è la nostra presenza, il nostro esserci”. Così l’arcivescovo di Monreale, mons. Gualtiero Isacchi, ha iniziato ieri pomeriggio, a Trappeto, l’omelia per i funerali di Vincenzo Trovato, ucciso nei giorni scorsi a Balestrate. “La parola di vita più eloquente è l’esserci. Per questo desidero ringraziare tutti per la presenza cari fratelli e sorelle, sacerdoti, autorità civili e militari e, in particolare, voi giovani, amici di Vincenzo, che di fronte all’apparente non senso della morte di un amico avete scelto di esserci. È questo il primo passo per alimentare la speranza e il cambiamento”, ha osservato il presule, per il quale “ci sono cose che accadono, cose che ci accadono e non capiamo; ci sono cose dolorose che rifiutiamo; ci sono fatti in cui la ricerca di senso resta insoddisfatta e si infrange nell’unica domanda a noi possibile: perché? Perché Vincenzo? Perché in questo modo barbaro? È questa la stessa domanda che è circolata il giorno della morte di Gesù tra i suoi discepoli”. E “una domanda ancor più drammatica è gridata da Gesù: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’. L’esperienza della morte non solo appare vuota di senso, ma ci sembra anche vuota di Dio. Stiamo rivivendo gli stessi sentimenti di coloro che stavano ai piedi della croce: perché Dio non interviene? Che senso ha? Che male ha fatto Vincenzo? Sono queste le nostre parole”.
Ma “ora, in questa celebrazione, vogliamo far tacere per un istante le nostre parole e metterci in ascolto di una Parola diversa dalle nostre: la Parola di Dio. L’unica capace di dire il senso della vita e della morte. Per poter comprendere questa Parola di vita è necessario da parte nostra un ascolto diverso, che non si affidi solo alla testa, ma che partendo dal silenzio ascolti attraverso il cuore. È così che si coglie il senso.
Perché la verità delle cose non si esaurisce in ciò che accade e che si vede con gli occhi e che si può misurare e verificare, c’è un altro piano più profondo: è lì che si trova il senso. Vincenzo era un gran lavoratore (…), ma il significato del suo lavorare non lo si comprendeva solo guardando alla fatica compiuta quotidianamente, ma piuttosto dall’ascolto del cuore di Vincenzo, dei suoi sogni, del suo desiderio di costruire un futuro migliore”. Nello stesso modo “potremmo dire che il valore della morte non sta solo in ciò che accade, ma in ciò che significa”.

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