“Seguiamo con preoccupazione” il dibattito sul fine vita. Lo ha detto il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, che, aprendo il Consiglio permanente dei vescovi italiani, ha esortato ad “un confronto parlamentare ampio, responsabile, attento alle necessità dei cittadini e libero da strumentalizzazioni e ipocrisie su quello che sta avvenendo nei territori”: “Auspichiamo che non ci siano polarizzazioni né giochi al ribasso ma sia custodita la dignità della persona che non diminuisce con la malattia, con la fragilità o con la dipendenza dagli altri. È proprio nella cura di chi è più debole che una comunità civile misura la propria umanità. Nessuno sia lasciato solo, nessuno si senta un peso: è questo l’impegno che chiediamo alle istituzioni e che, come Chiesa, continuiamo a vivere ogni giorno accanto a chi soffre”. “È compito della società civile e delle istituzioni rispondere alla sofferenza umana con soluzioni concrete – a partire dalle cure palliative – e con politiche di autentica solidarietà, non con forme di compassione illusoria come l’eutanasia”, ha affermato Zuppi sulla scorta del discorso di Papa Leone al Corpo diplomatico: come hanno ribadito le Conferenze episcopali regionali di Triveneto e Puglia, e altre in passato, “non può esistere un diritto a morire, ma il diritto di essere curati, assistiti e mai lasciati soli, evitando di trasformare un tema così delicato in terreno di scontro elettorale o ideologico”. “Continuiamo a ritenere che la vera conquista di civiltà non sia la soppressione della vita, ma la cura che allevia la sofferenza”, ha detto il presidente della Cei, ricordando che la Chiesa “rigetta l’accanimento terapeutico e riconosce la liceità della rinuncia a trattamenti sproporzionati: distingue però questa rinuncia dall’intenzione di procurare la morte. Tra l’accanimento e l’anticipazione della morte c’è uno spazio che le istituzioni hanno il dovere di riempire prima di aprirne altri: quello delle cure palliative, della terapia del dolore, dell’assistenza domiciliare e negli hospice, del sostegno alle famiglie e ai caregiver. È un ritardo, questo sì, che produce tanta sofferenza, ineguaglianza, smarrimento e priva della dignità e della certezza di essere curati e accompagnati”.