“Gesù ha inaugurato un sacrificio nuovo, quello con cui si consuma sull’altare della volontà di Dio il proprio corpo, cioè sé stessi”. Lo ha detto, stamattina, in cattedrale a Salerno, mons. Filippo Iannone, prefetto del Dicastero per i vescovi, nel pontificale della solennità di San Matteo, patrono della diocesi di Salerno-Campagna-Acerno. Il nostro “sacrificio Gesù non solo non lo abolisce, ma dice che senza di esso non si entra nel regno: ‘Chi non rinnega se stesso…'”, ha osservato aggiungendo che “senza dire di no a certe insaziabili esigenze del nostro corpo, non si diventa spirituali; si resta carnali, insegna ancora l’apostolo delle genti”.
Ma “non solo il corpo. Se il sacrificio per eccellenza è ‘fare la volontà di Dio’, è sull’interno che si deve insistere, sul sacrificio dell’’io’ egoista ed orgoglioso, che abita purtroppo in ognuno di noi, che si oppone a Dio e mortifica e offende i fratelli. È dentro di noi, soprattutto, che dobbiamo cercare la vittima da sacrificare. Il sacrificio perfetto è quello che comincia con la conversione del cuore”, ha spiegato il prefetto.
“Questo sacrificio, così concepito, non appare più come l’opposto dell’amore e della misericordia; spiana, invece, ad essi la via – ha chiarito -. Solo chi è giunto a saper resistere a sé stesso, a darsi qualche volta torto, a dirsi qualche ‘no’, di solito è pronto a dare ragione, a dire di sì al fratello, a comprenderlo, a perdonarlo, a usare, insomma, misericordia con lui. Il cristiano non si sacrifica mai in astratto, tanto per sacrificarsi; si sacrifica sempre per qualcuno, a beneficio di qualcuno, esattamente come Cristo che si è dato in sacrificio ‘per noi'”. Mons. Iannone ha osservato: “I santi più austeri con sé stessi erano i più dolci e generosi con gli altri. Così, prima di tutti i santi, ha fatto Gesù stesso: egli passò quaranta giorni nel deserto digiunando e, forse, anche in seguito si contentò di mangiare quanto capitava e quello che capitava. Ma andò a pranzo da Matteo per far piacere a lui e agli amici e far loro dono della sua misericordia”.
E ha concluso: “Abbiamo parlato del sacrificio di Cristo e di quello del credente. Le due cose non restano staccate e senza nesso. Se così fosse il nostro sacrificarci resterebbe soltanto un esercizio ascetico, per quanto salutare. Il momento dell’incontro tra i due sacrifici — quello di Cristo e quello della Chiesa — è, appunto, la messa che stiamo celebrando. Qui le goccioline d’acqua dei nostri sacrifici si fondono con ‘il sangue versato sulla croce’ in un unico sacrificio, il sacrificio della nostra riconciliazione, con Dio e tra di noi. Cristo fa anche di noi un’Eucaristia per il Padre e per il mondo”.