“Denise non è stata soltanto testimone del martirio della madre, uccisa per aver scelto la giustizia contro l’omertà e la sottomissione. È stata una giovane donna che ha avuto la forza di scegliere a sua volta la verità, puntando il dito contro un padre che aveva trasformato l’amore in violenza criminale. Io so che nemmeno per un attimo, malgrado le difficoltà successive, le paure e a volte le contraddizioni, ha messo in discussione questa scelta”. Lo ha detto don Luigi Ciotti, presidente di Libera, durante la cerimonia religiosa, svoltasi oggi, voluta dalla diocesi di Crotone-Santa Severina in memoria di Denise Cosco, la figlia di Lea Garofalo, la testimone di giustizia uccisa nel 2009 dal marito e da altri appartenenti alla cosca contro la quale aveva testimoniato. Denise, ha osservato il sacerdote, “non è stata abbandonata” dallo Stato. Eppure “a un certo punto si dev’essere sentita comunque incredibilmente sola, incapace di reggere ancora. Se ha scelto di morire non è perché non amasse la vita, ma perché la vita che stava vivendo era diventata troppo complessa e dolorosa”.
“La criminalità – ha proseguito don Ciotti – non uccide soltanto nel momento in cui spara, soffoca o elimina un corpo, come è stato per Lea Garofalo. Esiste una violenza mafiosa ‘differita’ che agisce sottotraccia per anni, insinuandosi come un veleno nei meandri dell’anima”. Di fronte alla morte di Denise il sacerdote si è chiesto: “Siamo di fronte a qualcuno che per sopravvivere ha dovuto recidere ogni legame con la propria terra di origine, le amicizie, la memoria dei luoghi e persino il proprio nome. Questa ‘morte civile’ preventiva rischia di trasformare la salvezza in una reclusione invisibile. Non possiamo chiedere ai testimoni di giustizia di sacrificare la propria vita per il bene comune, e poi lasciarli soli a fare i conti con i propri fantasmi, che spesso li ammalano, nel corpo e nello spirito”. Lea e Denise “non ci chiedono celebrazioni e retorica. Ci chiedono una giustizia che non lasci indietro nessuno. Ci chiedono una Chiesa che sappia stare accanto a chi porta i segni della croce. Ci chiedono uno Stato che si faccia carico dei corpi ma anche dei sentimenti di chi gli si affida, affiancando al rigore delle regole il calore della cura. Non lasciamo che questa morte diventi l’ennesima notizia presto dimenticata, facciamo in modo che ci insegni qualcosa. A vedere le persone dietro i simboli. A proteggere chi ha servito la giustizia senza che si senta condannato a un ergastolo delle proprie speranze ed emozioni”.