Rosario Livatino: mons. Bertolone (postulatore), “non solo custodire la memoria ma lasciarsi giudicare dalla sua vita”

“Che cosa può ancora dire Rosario Livatino alla terra che pensa di conoscerlo già?”. È la domanda che si fa il postulatore della causa di beatificazione del beato Livatino, mons. Vincenzo Bertolone, nel 36° anniversario del martirio. “Altrove bisogna raccontare chi fosse. Ad Agrigento no: qui sono conosciuti il suo volto, le strade che percorreva, il tribunale nel quale lavorava e persino le tre lettere, S.T.D., annotate sulle sue agende. Proprio questa familiarità, però, nasconde un rischio: credere che conoscere la sua storia equivalga ad averne accolto la testimonianza”, scrive in una riflessione affidata al settimanale della diocesi di Agrigento, “L’Amico del Popolo”: “Possiamo ricordarlo ogni 21 settembre, intitolargli aule e strade, citare le sue parole nei convegni e, intanto, metterlo al sicuro. Al sicuro da noi, dalle nostre scelte, dalle nostre coscienze. Un Livatino ridotto a immagine celebrativa non disturba più nessuno. Egli, invece – scrive – disturba. Disturba il magistrato che dimentica la persona dietro il fascicolo; l’amministratore che confonde il consenso con il bene comune; il professionista che considera l’onestà un lusso per ingenui; il cristiano che separa la fede dalla condotta; ciascuno di noi quando pretende rettitudine dagli altri e concede indulgenza a sé stesso”. Mons. Bertolone spiega che le parole “sub tutela Dei” non servivano a “consacrare automaticamente le sue decisioni: gli ricordavano che anche il giudice sarebbe stato giudicato e che il potere ricevuto non gli apparteneva. Ora che è Beato e se ne auspica la proclamazione a patrono dei magistrati, il pericolo di renderlo innocuo aumenta”. Oggi occorre “conoscerlo e farlo conoscere, soprattutto ai ragazzi e ai giovani, non soltanto nell’anniversario della morte o quando viene presentato un nuovo libro”. Il presule annuncia di aver preparato un piccolo strumento, intitolato “nove giorni”, del quale “ho consegnato copia all’arcivescovo e al vicario generale: brevi letture di tre o quattro minuti, accompagnate da una domanda e da una preghiera, utilizzabili nelle parrocchie, nelle scuole e, con opportuno adattamento, anche negli incontri civili. Non un’altra celebrazione, ma – spiega – un modo semplice perché la memoria diventi conoscenza e la conoscenza interpelli la coscienza. Agrigento, dunque, non deve soltanto custodire la memoria di Livatino; deve lasciarsi giudicare dalla sua vita. La domanda del prossimo 21 settembre non sia: ‘Quante volte lo abbiamo celebrato?’. Sia piuttosto: ‘Che cosa, nella nostra città e nella nostra vita, sarebbe diverso se lo avessimo davvero ascoltato?’”.

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