Terremoto Centro Italia: mons. Pompili (Rieti), “post-terremoto spartiacque per l’Italia. Un passaggio tra una vecchia idea di ricostruzione e una nuova idea di rigenerazione”

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Da Amatrice può venire qualcosa di buono?”: ha usato le parole di Natanaele – “Da Nazareth può venire qualcosa di buono?” – mons. Domenico Pompili, vescovo di Rieti, per denunciare le gravi condizioni in cui versano le popolazioni terremotate a quattro anni dal sisma (24 agosto 2016) che devastò il Centro Italia e che spazzò via interi centri abitati come Accumoli e Amatrice. E proprio da Amatrice, alla presenza tra gli altri del Premier Giuseppe Conte e del Commissario alla Ricostruzione, Giovanni Legnini, durante la messa, in diretta su Rai Uno, il vescovo di Rieti ha ricordato “la lentezza non più sostenibile della ricostruzione”. “Da Amatrice può venire qualcosa di buono?”: “niente di buono – ha detto mons. Pompili – visto che molti sono altrove e non torneranno. Niente di buono, visto che tutto l’Appennino non ha ‘smosso’ quanto da solo ha mobilitato il ponte di Genova (sic!). Eppure – esattamente come il Covid–19 ha creato una netta cesura tra quello che è stato e ciò che sarà dopo – anche il post-terremoto può segnare uno spartiacque per il nostro Paese. Un passaggio, appunto, tra una vecchia idea di ricostruzione e una nuova idea di rigenerazione”. Perché, ha spiegato mons. Pompili, “la ricostruzione non basta se non si cura la qualità dei legami interpersonali, piuttosto che inseguire ciascuno gli interessi propri. Di sicuro, per tutto il Centro Italia l’investimento edilizio potrebbe rivelarsi una leva potente, ma a essere privilegiata dovrà essere la relazione e non la speculazione, la fiducia e non il sospetto, se si vuole davvero rinascere”. “La ricostruzione non basta – ha aggiunto – se non si stabilisce un rapporto nuovo con l’ambiente naturale e storico che parla, interroga, ispira. Solo ritrovando l’incanto di questa terra si avrà lucidità sufficiente per immaginare soluzioni che reggano l’urto di una terra pur sempre ballerina, insieme capaci di produrre opportunità di lavoro e farsi laboratorio di ‘sostenibilità integrale’ per tutto il Paese”. “La ricostruzione non basta – ha avvertito il presule – senza la necessaria contemplazione e cioè uno sguardo differente che modifica il nostro modo di vivere, trasformandolo dall’interno. E apre a uno slancio e a una fiducia che lasciano dietro di sé le tristezze della vita e il senso di impotenza o rassegnazione”. “Dalle terre mutate dal terremoto, dunque, può venire qualcosa di buono. A condizione che non si abbassi lo sguardo. È tempo di rialzare gli occhi, senza sudditanza e senza arroganza. Non vogliamo morire di aiuti. – ha detto con forza mons. Pompili -. Vogliamo semmai vivere di risorse. Le nostre, in particolare: l’acqua, quella che disseta Roma; l’aria ancor più rarefatta e pura ai tempi del virus; la terra, una sterminata possibilità di vita”. Quella vera come disse Leopardi: “La vita debb’essere viva, cioè vera vita; o la morte la supera incomparabilmente di pregio”.

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