Palestina: WeWorld, stasera si presenta in anteprima un’indagine sull’impatto del conflitto sulle donne

(Foto WeWorld)

Le crisi umanitarie non sono mai neutrali rispetto al genere. In Palestina, l’impatto del conflitto sulle donne è il risultato di un intreccio sistematico tra l’occupazione militare e le strutture patriarcali preesistenti. È quanto emerge da “Her Future at Risk. The Cost of Humanitarian Crises on Women and Girls. Focus. Lived Realities and Collective Action of Palestinian Women and Women-Led Organisations”, la nuova indagine della collana di WeWorld dedicata all’impatto di genere delle crisi umanitarie.
La ricerca sarà presentata in anteprima stasera alle 20.30, presso la Casa delle Donne, a Milano. La serata sarà costruita come un momento di racconto e approfondimento, alternando letture di testimonianze dal campo, un intervento della giornalista e scrittrice Daria Bignardi, un reading tratto dal report a cura dell’autrice Simona Angioni e la testimonianza di Martina Albini, coordinatrice del Centro Studi WeWorld e curatrice del rapporto.
Il lavoro si basa su 57 interviste in profondità condotte con donne e organizzazioni femminili e femministe tra Gaza, Cisgiordania e diaspora, con un team di ricerca composto per oltre il 60% da professioniste palestinesi.
La ricerca mostra come, dall’ottobre 2023, l’escalation delle ostilità a Gaza e l’inasprimento delle politiche di occupazione in Cisgiordania abbiano aggravato vulnerabilità già esistenti, trasformando la discriminazione strutturale in una condizione quotidianamente pericolosa per la vita delle donne e delle ragazze.
Dal report emerge la condizione di doppia oppressione: quella prodotta dall’occupazione militare e quella legata alle strutture patriarcali interne alla società. Queste due forze non operano in parallelo, ma si intrecciano: l’instabilità esterna e la crisi economica tendono a esasperare le dinamiche sociali, aumentando il rischio di violenza di genere, che cresce nelle case, nei rifugi sovraffollati e persino nei punti di distribuzione degli aiuti. In questo contesto, la mancanza di privacy, di servizi igienici adeguati e di prodotti per l’igiene mestruale non sono dettagli marginali, ma rappresentano violazioni dei diritti umani.
“Per molte donne, anche azioni quotidiane come andare a prendere l’acqua o ritirare gli aiuti possono diventare un rischio. Sono esposte a molestie continue, in spazi che dovrebbero essere sicuri, e questo limita ulteriormente la loro libertà e accesso ai servizi”, commenta Giovanna Fotia, direttrice Paese di WeWorld in Palestina.
Un ruolo centrale è svolto dalle operatrici impegnate nella risposta umanitaria. “Le operatrici umanitarie sono spesso le prime a intervenire e le ultime a fermarsi. Lavorano in prima linea, ma vivono la stessa crisi: questo rende il loro ruolo ancora più essenziale e allo stesso tempo più esposto”, osserva Fotia.
“Le donne palestinesi non chiedono di essere raccontate come martiri o come icone. Chiedono di essere viste per ciò che fanno ogni giorno: tengono insieme la quotidianità, anche quando tutto intorno crolla”, dichiara Martina Albini.
Accanto all’aumento delle vulnerabilità, il report mette in luce anche le forme di resistenza quotidiana messe in pratica dalle donne.

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