Diocesi: Venezia, dedicazione della chiesa di San Pietro Orseolo a Mestre. Mons. Moraglia, “non un ‘contenitore’ ma luogo in cui Dio parla e noi parliamo a Lui”

“La chiesa non ha solo la funzione di spazio recettivo per la comunità e non ha mai uno scopo unicamente funzionale. (…) Non può ridursi ad un ‘contenitore’ capace di accogliere il numero maggiore dei fedeli. La chiesa, piuttosto, è luogo in cui Dio parla e noi parliamo a Lui. In chiesa ogni linea architettonica, ogni pietra, deve elevare il cuore”. Lo ha sottolineato ieri il patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia, presiedendo a Carpenedo, Mestre, il rito della dedicazione della chiesa e dell’altare della chiesa parrocchiale di San Pietro Orseolo.
“La dedicazione di un edificio destinato al culto ci fa crescere nella consapevolezza che il Signore risorto è sempre in mezzo ai suoi discepoli”, ha affermato il presule, aggiungendo che “consacrare una chiesa – desidero sottolinearlo – è tutt’altro che inaugurare un edificio”. “La dedicazione di un edificio a Dio – ha spiegato – vuol dire ‘separarlo’ dalle realtà profane e destinarlo solo a Dio, al suo popolo e alla preghiera. In un mondo segnato sempre più dal disincanto e dove tutto è funzionale, l’edificio-chiesa si pone come oasi ‘sacrale’, luogo idoneo per l’incontro con Dio e il suo mistero”. “Il sacro – ha precisato – non dice paura, timore, spavento nei confronti di Dio; dice, piuttosto, la consapevolezza che Dio è ‘l’Altro’, è il Santo, anzi, il tre volte Santo e noi abbiamo bisogno d’incontrarlo in uno spazio degno. Così l’edificio-chiesa, all’interno della città e del quartiere, è la ‘tenda’ di Dio tra gli uomini, come ci ricorda il libro dell’Apocalisse (cfr. Ap 21,3)”.
“Noi – ha poi rilevato il patriarca – viviamo gran parte del nostro tempo lavorando, gioendo e soffrendo fuori del tempio. Dobbiamo, a tutti i costi, riscoprire il senso del sacro per leggere il profano con gli occhi di Dio. La chiesa non è una fuga dal mondo; al contrario, è il luogo dove impariamo a trasformare il mondo portandovi la luce della Risurrezione, la luce della Pasqua”. “L’edificio-chiesa, costruzione di pietra, va inteso simbolicamente, ossia ci dice che la comunità che vi s’incontra è la Chiesa viva. Infatti, come scrive l’apostolo Pietro nella sua prima lettera, noi siamo ‘pietre vive’ (1Pt 2,5), pietre spirituali che ne compongono l’edificio spirituale”, ha continuato il patriarca, augurando che “questa chiesa di San Pietro Orseolo, con la sua bella comunità, sia – come dice la preghiera della Colletta – ‘stabile dimora’ del Signore e per tutti noi luogo di sosta, di ristoro spirituale e di invio missionario”. “In questo luogo, cari fratelli e sorelle, imparate a fare delle vostre vite una ‘costruzione santa’”, l’esortazione di mons. Moraglia: “Attingerete la forza per essere costruttori di unità e santità. Che la comunità diventi un faro, un luogo ove la Gerusalemme celeste scende sulla terra, dove Dio nutre il suo popolo e dove noi, pietre vive, eleviamo la nostra lode in quello che è il vero tempio, Cristo stesso”.

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