Un forte appello alla fine dei conflitti, al rispetto del diritto internazionale e alla ripresa di un processo politico credibile per la pace arriva dal messaggio congiunto dell’arcivescova di Canterbury, Sarah Mullally, e dell’arcivescovo anglicano di Gerusalemme, Hosam E. Naoum, al termine del loro pellegrinaggio in Terra Santa (20-25 giugno) che li ha portati, tra i vari luoghi, a Gerusalemme, Betlemme e Nazaret. Nel testo, diffuso via social, i due presuli denunciano con chiarezza la situazione che attraversa l’intera regione: “Preghiamo e chiediamo la fine dell’ingiustizia che perdura in questa terra”. Una crisi che, sottolineano, non è soltanto locale ma “sintomo di una più profonda crisi politica e spirituale, segnata dall’abbandono del diritto internazionale e dal crescente ricorso alla forza militare per risolvere le controversie”. Tra i punti più critici evidenziati, la Cisgiordania, dove gli arcivescovi denunciano apertamente “la violenza incontrollata dei coloni, gli sfollamenti forzati, la discriminazione sistemica e l’espansione dei posti di blocco”, che stanno lasciando la popolazione palestinese “impoverita, disperata e senza possibilità di cambiamento”. Una situazione che, avvertono, equivale di fatto a un processo di annessione “già in atto, seppure non dichiarato”. Di fronte a questo scenario, il richiamo è netto: “La guerra non è mai la risposta. Distrugge la vita umana e lacera la famiglia umana”. Da qui l’urgenza di tornare a strumenti di dialogo e negoziato, rilanciando un sistema internazionale fondato su regole condivise: “Le controversie devono essere risolte nel rispetto del diritto internazionale, attraverso una diplomazia paziente e negoziati credibili”. Un passaggio centrale del documento riguarda la prospettiva politica: “È necessario intraprendere tutte le misure per avviare un percorso credibile verso la fine dell’occupazione”, che conduca a “una soluzione a due Stati, capace di garantire a israeliani e palestinesi di vivere in pace, dignità e sicurezza”. Particolare attenzione è dedicata anche allo status di Gerusalemme, indicata come nodo decisivo per ogni possibile accordo: la città, si legge, deve essere definita “attraverso il negoziato come capitale condivisa”, nel pieno rispetto dei diritti religiosi di tutte le fedi e della tutela dei luoghi santi. Nel messaggio emerge infine la preoccupazione per il futuro della presenza cristiana in Terra Santa, definita una “sfida esistenziale”, accompagnata dalla richiesta di un impegno concreto della comunità internazionale: “Il tempo di agire è adesso”.