Diocesi: mons. Oliverio (Lungro), “dobbiamo essere testimoni e messaggeri, verso il mondo che non vuole ascoltare e vedere”

Foto Diocesi Lungro

“E’ la Divina Liturgia che ci dona il Cristo vivente nei nostri cuori e ci fa divenire tempio dello Spirito Santo. Dobbiamo essere testimoni e messaggeri, verso il mondo che non vuole ascoltare e vedere, della bellezza dei Divini Misteri. Possiamo, con spirito di amore e carità cristiana, aiutare chi è chino su sé stesso a risollevare il capo verso il cielo, per guardare la vera luce, l’Agnello immolato che toglie i peccati del mondo”. Lo ha detto, oggi pomeriggio, mons. Donato Oliverio, Eparca di Lungro degli Italo Albanesi dell’Italia Continentale concludendo l’assemblea diocesana sul tema “La divina liturgia vincolo di unità”. Nella Divina Liturgia – ha detto l’Eparca – “ritroviamo tre elementi fondamentali: l’opera di Dio per noi; la nostra adesione alla volontà di Dio; la dimensione della gioia. Ma ciò che davvero avviene nella Divina Liturgia, e a cui abbiamo smesso di dare il giusto risalto è la comunione fra cielo e terra, una concelebrazione di uomini e angeli”. Per mons. Oliverio “la nostra Chiesa locale esiste e cresce solo perché celebra l’Eucaristia. Eppure attorno a noi, anche nelle nostre realtà locali, emerge chiaramente quanto la Liturgia, per alcuni, non sia più il centro della vita”. Il presule ricorda che il Sinodo Intereparchiale evidenzia che “soltanto uno stretto legame tra Liturgia e cultura arbereshe potrà continuare ad essere il fondamento spirituale e sorreggere l’unità sociale delle nostre comunità, solo se saremo capaci di approfondire la conoscenza della Liturgia e sapremo confrontarla con le problematiche e le possibilità del mondo attuale. A dare linfa e vitalità alla nostra peculiare realtà arbereshe può essere soltanto la Divina Liturgia nella tradizione dei Padri che ce la hanno tramandata”. Da qui l’esortazione a tutti i sacerdoti ad insistere in ogni Parrocchia, in modo particolare, sulla “formazione propria e dei laici loro affidati, una formazione liturgica che sia mistagogica, ossia una iniziazione ai misteri, attraverso insegnamenti che aiutino tutti i battezzati a comprendere meglio la loro partecipazione alla vita divina mediante le realtà sacramentali”. TRa gli interventi di oggi quello don Stefano Parenti, del clero dell’Eparchia e professore di Liturgia Orientale presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma secondo il quale “chiedere che la partecipazione all’eucaristia realizzi tra di noi la pienezza del regno significa realizzare l’unità secondo la volontà di Cristo, una unità che non è una adesione ideale, sentimentale o romantica. Chiedere la pienezza del regno significa – ha piegato – che l’eucaristia deve rendere noi artefici di questo regno, abbattendo, proprio come ha fatto Cristo, il muro dell’inimicizia di Ef 2,14. Il muro delle inimicizie, delle contrapposizioni, delle indifferenze che spesso avvelenano i nostri rapporti e anche il tessuto ecclesiale, a tutti i livelli”.

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