“Siamo contrari al suicidio medicalmente assistito”. Lo afferma il Forum delle associazioni familiari del Veneto aps in un documento diffuso alla vigilia della discussione e del voto in Consiglio regionale del Veneto, calendarizzati per domani, martedì 1° settembre.
“Non giudichiamo le persone che vivono situazioni di sofferenza estrema e che compiono scelte diverse. Ma – spiegano dal Forum – non vogliamo rinunciare a sostenere che la vita conserva il proprio valore fino alla fine e che la società debba fare tutto il possibile per accompagnare la persona e sostenere la sua famiglia”. “Per questo – si legge nel testo – riteniamo importante che il dibattito regionale non si riduca alla sola domanda su come applicare una procedura, ma mantenga uno spazio per discutere anche quali conseguenze produca e quale idea di cura, di famiglia, di libertà e di società vogliamo affermare”. Il Forum “non chiede di chiudere il confronto. Chiede che il confronto possa continuare. Perché, di fronte alla fragilità, la libertà non dovrebbe essere misurata soltanto dalla possibilità di scegliere la morte, ma anche dalla possibilità concreta di scegliere la vita sapendo di non essere soli”.
Il documento, articolato in otto punti, parte dalla considerazione che rispetto alle “persone che, nella sofferenza, arrivano a chiedere di morire” una “società solidale deve interrogarsi sulle condizioni nelle quali quella richiesta nasce e sulle responsabilità che essa ha nei confronti della persona e della sua famiglia”. Per il Forum il rischio è nella nuova fase dei lavori del Consiglio regionale si assuma “come dato acquisito che il suicidio medicalmente assistito esista già nell’ordinamento e che alla Regione spetti soltanto disciplinarne la procedura”. “Se la questione viene posta esclusivamente in termini di ‘come regolamentare una procedura già esistente’, rischia di essere dato per scontato anche tutto ciò che riguarda il suo significato etico e sociale”, viene osservato aggiungendo che “non riteniamo che la morte procurata possa essere considerata una forma di cura o una risposta alla sofferenza che una società dovrebbe semplicemente organizzare”. “Questo non significa accanimento terapeutico e non significa voler mantenere la vita a ogni costo”, viene precisato, ma “significa poter continuare a curare quando non si può più guarire, alleviare la sofferenza e accompagnare la persona fino alla fine. Anche una sola persona che si trovi in una condizione di estrema fragilità merita che la società si interroghi sul proprio dovere di cura”.