“Francesco è morto da poco meno di un secolo, quando Dante – fra il 1316 e il 1317 – scrive questo canto. Francesco, quindi, non è un personaggio contemporaneo in senso stretto, eppure il suo esempio è attualissimo proprio perché gli Ordini religiosi e la Chiesa, al tempo in cui Dante scrive, attraversano tempi di crisi e di compromesso. Il poema non usa Francesco per fuggire nel passato; piuttosto, lo usa per giudicare il presente”. Lo ha detto stasera mons. Francesco Moraglia, patriarca di Venezia, intervenendo all’incontro “In alto mar per dritto segno, il canto di Dante per Francesco”, organizzato dalla Biennale di Venezia nell’ambito delle iniziative promosse dal Comitato nazionale per la celebrazione dell’ottavo centenario della morte di san Francesco di Assisi, in programma questa sera nella Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian, sede della Biennale. “Qui – ha aggiunto – la lettura spirituale e quella civile coincidono. La fedeltà al Vangelo riguarda i singoli, ma riguarda anche le comunità, le istituzioni e il modo in cui il potere viene esercitato. Francesco è ‘piccolo’ nella scelta personale e, insieme, grandissimo nella portata storica. Mostra che una vita può diventare una domanda rivolta a tutti”.
Mons. Moraglia ha sottolineato: “Il canto esalta Francesco, ma non lo addolcisce. La sua scelta è scomoda, mette in crisi il padre, impone rinunce ai compagni, espone al fallimento e al pericolo. Anche la missione presso il sultano non è una narrazione facile e pacifica: è un viaggio nell’incertezza. Il santo narrato da Dante è un uomo che rischia”. Non solo: “La sua dolcezza non è debolezza. Nasce da una decisione ferma. Per questo Francesco può essere insieme umile e autorevole, povero e luminoso, mite e risoluto”. Sono proprio questi contrasti a rendere il ritratto di Francesco “così umano e così alto”.
Per il patriarca, “il canto XI è uno dei grandi ritratti di santità della Commedia perché non separa mai il cielo dalla terra. Francesco nasce in una città precisa, affronta un padre, sceglie una sposa disprezzata, cerca l’approvazione della Chiesa, attraversa il mare, riceve le stimmate e muore affidando un compito ai suoi frati”. Tutto questo, però, è tenuto insieme “da un unico centro: seguire Cristo povero. La Povertà è la grande immagine del canto, perché dice il cuore della sua vocazione. Francesco non è povero per esibizione ascetica; è povero per essere libero di appartenere a Dio e ai fratelli”.
Mons. Moraglia ha concluso: “Tommaso e Francesco, ma anche Domenico e Bonaventura, con la regia di Dante, ci aiutano a leggere questo ritratto da prospettive diverse. Ma il volto che resta davanti a noi è quello di Francesco la cui luce, dopo otto secoli dalla sua morte, non smette di interrogare la Chiesa domandando: quanto siamo fedeli al Vangelo che diciamo di servire?”.