Si è svolto ieri sera, all’Opiquad Arena di Monza, il tradizionale incontro diocesano dell’arcivescovo con il mondo dello sport non professionistico. Nel corso della serata, alla quale hanno partecipato alcune centinaia di ragazzi provenienti da oratori e società sportive accompagnati da allenatori e dirigenti, e in cui si sono alternati tornei, testimonianze di campioni, canti ed esibizioni, è stata presentata la Lettera di mons. Delpini agli sportivi per l’anno pastorale 2026-2027, dal titolo: “Viva lo sport! Viva la squadra!”. Dopo avere ricordato lo straordinario evento delle Olimpiadi e Paralimpiadi invernali di Milano Cortina, che hanno dimostrato come “lo sport sa raccontare una storia fatta di fiducia, collaborazione, sacrificio condiviso e gioia vissuta insieme”, l’arcivescovo nella Lettera sottolinea come “lo sport ha la possibilità di essere una profezia sociale proprio perché richiede di fare squadra. Una squadra nasce quando persone diverse imparano a fidarsi le une delle altre, mettono in comune i propri talenti, smettono di credersi autosufficienti, scoprono che il bene di ciascuno dipende dal bene di tutti”.
La parte centrale del messaggio, intitolata “Per favore, salvate lo sport!”, diventa un accorato appello a vigilare contro i pericoli che minacciano anche la pratica sportiva non agonistica e non professionistica. Sono tre, secondo l’arcivescovo di Milano, le “malattie” dello sport. Anzitutto, scrive senza mons. Delpini, “c’è una malattia che si chiama avidità. Nel mondo dello sport girano troppi soldi” e occorre evitare che “le società sportive, invece che società di servizi, divengano imprese alla ricerca di profitto”.
“C’è poi una malattia che si chiama ossessione”, in base alla quale “lo sport diventa l’unica cosa importante”. E infine, la terza malattia si chiama individualismo. “Di individualismo – sottolinea l’arcivescovo – è ammalato tutto il nostro mondo”.
L’ultima parola di mons. Delpini è un “grazie a chi tiene vivo e salva lo sport nel nostro tempo e nel nostro territorio”; in particolare a “chi sa tessere rapporti e lavorare […] per una pratica sportiva inclusiva che proponga non solo i risultati, ma, in primo luogo, la solidarietà tra tutti, italiani e non italiani, normodotati e persone con disabilità, coloro che possono pagare e coloro che non possono”, contribuendo così a “quella fraternità che rende più abitabile il mondo e più desiderabile vivere”.