Mozambico: Daldosso (fidei donum Cavà-Memba), “300 militari anti-terrorismo in zona, la gente ha paura”

La missione di Cavà-Memba, Mozambico

“La presenza dei militari ricorda la guerra e incute timore tra la popolazione. Oltre al clima di repressione e violenza c’è il coprifuoco alle 9 di sera. Ogni giorno ci giunge un bollettino di guerra. Gente picchiata o portata in carcere solo perché girava per strada dopo il tramonto. La gente è stanca e arrabbiata. Due giorni fa un militare è stato linciato dalla folla ed ora è in gravi condizioni”. A raccontare al Sir la difficile situazione nella sua zona in Mozambico è don Silvano Daldosso, fidei donum della diocesi di Verona, alla guida della missione di Cavà-Memba nella diocesi di Nacala, vicina alla provincia di Cabo Delgado, dove è in corso un durissimo conflitto dal 2017. Oggi anche la popolazione della diocesi di Nacala, dopo aver accolto decine di migliaia di sfollati, si trova a vivere in un clima molto teso, dovuto alla presenza a Memba di 300 militari dell’esercito mozambicano in assetto anti-terrorismo, arrivati alcune settimane fa. “A Cabo Delgado sono intervenuti i militari del Ruanda creando lo sparpagliamento dei terroristi in altre provincie – spiega il missionario -. La settimana scorsa sono stati registrati vari attacchi ai villaggi della provincia di Niassa. Il governo ha distribuito questi contingenti militari nei distretti più a rischio sulla costa. Purtroppo questa presenza non è una sicurezza per noi, ma un motivo per altri soprusi e abusi”. Oltre alla paura che il terrorismo arrivi anche nel distretto di Cavà-Memba, prosegue, “non c’è un bel clima perché i militari girano armati tra la gente e portano le persone in caserma semplicemente perché li trovano a spasso o seduti in veranda a prendere il fresco”. A Natale nella missione si è celebrata la messa con l’altare pieno di pissidi con le ostie da consacrare per portarle alle 47 comunità cristiane più remote. “Il 24 mattina presto ogni responsabile di comunità è venuto a piedi da lontano sudato, affamato, ma sorridente per il grande onore di trasportare Gesù fino alla sua comunità per la celebrazione della vigilia e del giorno di Natale – ricorda don Silvano -. La mia gente è il miglior ostensorio che potesse trovare. Qualcuno per tornare a casa guaderà qualche fiume, passerà tra la savana, si fermerà all’ombra di qualche mango a riposare, magari per strada visiterà dei familiari ammalati: sarà un bel viaggio in mezzo all’umanità per Gesù senza baldacchini, tappeti rossi e cerimonieri a segnare la strada!”

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