La spesa militare mondiale ha raggiunto nel 2025 un nuovo record storico: 2.887 miliardi di dollari complessivi, con un aumento del 2,9% in termini reali rispetto al 2024. È quanto emerge dai nuovi dati del Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) resi pubblici nella giornata di ieri e rilanciati in Italia dalla Rete Italiana Pace e Disarmo. Gli Stati Uniti (che da soli rappresentano il 33% dell’intera spesa militare mondiale con 954 miliardi di dollari) hanno registrato nel 2025 una riduzione pari al 7,5%. Si tratta però di uno scenario destinato a cambiare radicalmente: il presidente Usa ha infatti già annunciato l’intenzione di portare il bilancio del Pentagono da poco meno di 1.000 a 1.500 miliardi di dollari.
Rafforzano invece in maniera cospicua la tendenza globale al riarmo di Russia e Cina. Mosca ha portato il proprio bilancio militare a 190 miliardi di dollari (+5,9%), con un’economia nazionale sempre più orientata alla produzione bellica dopo tre anni di guerra di invasione su vasta scala in Ucraina. Pechino ha raggiunto invece il totale di 336 miliardi di dollari (+7,4%), per il 31° anno consecutivo di crescita ininterrotta: la Cina rappresenta ormai il 12% della spesa militare mondiale ed è stabilmente al secondo posto nella classifica globale. Insieme questi tre Stati (Usa, Russia e Cina) sono responsabili di quasi il 60% dell’intera spesa militare del pianeta.
È l’Europa il continente che più contribuisce alla corsa al riarmo nel 2025, con un aumento complessivo del 14% della propria spesa militare. I fondi per eserciti ed armamenti in Europa centrale e occidentale crescono del 16%, trainati da aumenti massicci in molti Paesi: Germania (quarta nella lista con ben 114 miliardi di spesa) a +24%, la Polonia +23%, Spagna +50% (il maggiore incremento percentuale tra i primi 15 Paesi della classifica).
L’Italia non fa eccezione: con un aumento del 20%, il nostro Paese è tra i principali contributori della spirale militarista europea, rientrando stabilmente nel gruppo dei primi 15 Paesi della classifica derivante dai dati Sipri. Va però precisato che una parte consistente di questo balzo è frutto di un’operazione contabile più che di un reale aumento delle spese per armamenti e Forze armate: il ministero della Difesa ha incluso nel conteggio comunicato sia alla Nato che al Sipri voci aggiuntive generiche e non verificabili, che hanno consentito di raggiungere formalmente la soglia del 2% del PIL senza un corrispondente aumento reale della spesa militare (che secondo le stime dell’Osservatorio Mil€x, resterebbe intorno all’1,5%). Si tratta comunque di scelte politiche precise, che sottraggono risorse enormi a sanità, scuola, transizione ecologica e politiche sociali.