Lavorare attorno alle tensioni per districarsi tra compromessi e fragilità e rendere i luoghi che abitiamo davvero liberi. È l’obiettivo del documento “Disobbedienti e presenti”, presentato a Verona dove si sta svolgendo l’assemblea nazionale del Coordinamento nazionale comunità accoglienti (Cnca) con un confronto sulla volontà di dare un’anima a un lavoro sociale fatto di difesa concreta della Costituzione e del rifiuto di ridurre le persone a categorie gestibili. Tutti gli appuntamenti sono ospitati nell’istituto Don Calabria casa madre. La due giorni, ieri e oggi, è intitolata “Restare umanə, restare presenti”. “Siamo consapevoli di quanto la diminuzione del welfare, che è sempre meno universale e più selettivo, vada di pari passo a processi di incattivimento delle persone e quelle che accogliamo sono vulnerabili e marginalizzate. Ecco, in noi c’è la consapevolezza di lavorare stando da una certa parte e chiederci quanto riusciamo ad avere uno sguardo che non sia solo di gestione ma che prenda posizione in una cultura sempre più ghettizzante ed escludente”, ha affermato Caterina Pozzi, presidente di Cnca aprendo i lavori. Il documento “verrà affidato ognuno di voi per cambiarlo, modificarlo, ampliarlo”, ha aggiunto Pozzi. Nel corso della presentazione, gli organizzatori hanno ricordato che “il dissenso è una occasione pratico – organizzativo” e che “l’uso del linguaggio è una pratica politica”. “Vorremmo creare luoghi di libertà sottratti alla logica punitiva e dobbiamo chiederci se le nostre comunità sono davvero luoghi di libertà”, hanno proseguito per poi lasciare spazio all’antropologa Sara Hejazi, allo storico Francesco Filippi e ad Alessia Pesci dell’esecutivo di Cnca che hanno dibattuto sul tema della due giorni per tracciare una mappa delle disobbedienze. Filippi ha ricostruito su come abbiano prevalso nel tempo i totalitarismi, la loro storia e la loro affermazione. “Come facciamo a rendere visibile ciò che non vediamo? Nel 1943 – ha detto lo storico – ci sono volute le bombe, spero che nel 2026 non accada”. Hejazi, italo-iraniana, ha affrontato il ruolo del corpo come dissenso: “Tutto quello che speriamo, desideriamo è nei nostri corpi. Noi siamo intrecciati a tutto quello che ci circonda. Noi siamo i nostri corpi e rispetto all’azione politica se i corpi si mettono assieme diventano collettiva e l’Iran l’ha vissuta nel 1979 con la cacciata dello Scia, ora per manifestare contro il regime degli ayatollah”. “Dobbiamo cambiare il nostro modo di parlare, dobbiamo chiamare con il loro nome le cose, dobbiamo risignificarci perché la lingua ci racconta. Se usiamo la lingua dei totalitarismi del Novecento, continueremo a replicare quello”, ha proseguito Filippi. “Noi viviamo di narrazione ma possiamo lavorare su come smantellare questo tipo di concentrazione per arrivare a una civiltà planetaria che si organizza per sopravvivere”, ha evidenziato Hejazi. La prima giornata di lavori è proseguita con i confronti nei gruppi su tematiche diverse, dalla libertà di decidere tra obbedienza e coscienza, a cittadinanza e accoglienza passando per tecnologia, terzo settore, cura e conflitto, individuale e collettivo.