Un’analisi di quattro “per-corsi”, attestati in particolare nel Pentateuco, relativi all’integrazione dell’immigrato nella società e nella comunità cultuale dell’antico Israele. L’ha offerta oggi pomeriggio la suora scalabriniana Elizangela Chaves Dias, docente di Teologia biblica alla Pontificia Università Urbaniana e docente dello Scalabrini International Migration Institute (Simi), intervenendo a Napoli al convegno “Migrazioni e Chiesa. Processi teologico-pastorali di inclusione”, organizzato dalla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia meridionale (Pftim). Nel loro insieme, questi “per-corsi” (di riconoscimento, di protezione, di promozione, di integrazione cultuale) attestati nei testi biblici tanto narrativi quanto legislativi, rivelano che “la migrazione non va criminalizzata, rifiutata o punita, bensì regolamentata”. Infatti, “le sfide inerenti al fenomeno migratorio non trovano soluzione nella logica della criminalizzazione, ma nell’elaborazione di dispositivi orientati all’accoglienza, alla protezione, alla promozione e all’integrazione dei migranti e dei rifugiati”.
Se si considerano alcuni dati offerti dalla Sacra Scrittura, il “forestiero/straniero”, ha sottolineato nel suo intervento don Carmelo Torcivia, docente di Teologia pastorale alla Facoltà Teologica dell’Italia meridionale, sezione “San Luigi”, “è una categoria da dover proteggere e di cui prendersi cura, insieme al povero, all’orfano e alla vedova. Il fondamento è individuato nella memoria del popolo d’Israele di essere stato nella condizione del forestiero oppresso e perciò liberato da Dio”. Dal punto di vista teologico-fondamentale “le migrazioni possono essere considerate un attuale segno dei tempi. Dio parla al suo popolo chiedendogli di riconoscere in esse un movimento della fraternità universale di cui la fraternità ecclesiale è segno”. Dal punto di vista ecclesiologico “possono essere considerate come un kairòs per un concreto dispiegarsi della cattolicità all’interno della Chiesa particolare. La comunità cristiana guarda così al fenomeno delle migrazioni come il luogo in cui è rinviata alla sua dimensione della xeniteia, costitutiva sia per la spiritualità sia per le prassi ecclesiali”.