“In questi giorni si è parlato tanto di quello che è successo nelle piazze e quasi per niente del perché. Migliaia di ragazzi hanno chiesto scuole sicure, case che si possano pagare, il diritto di studiare senza indebitarsi, la pace. Sono richieste precise. Capire da dove nasce la rabbia non vuol dire giustificare chi ha devastato e saccheggiato, vuol dire non fermarsi a quello”. Così Simone Romagnoli, coordinatore nazionale dei Giovani delle Acli, in una nota nella quale si sottolinea che gli aderenti “raccolgono l’appello del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ieri, alla consegna delle insegne ai Cavalieri del Lavoro, ha chiesto di non guardare ai giovani con indifferenza o, peggio, con meschina sottovalutazione”.
Per Romagnoli il problema riguarda anche chi oggi giudica: “C’è una generazione adulta che sembra aver dimenticato di essere stata giovane. Molti di quelli che oggi chiedono il pugno duro, alla loro età, in piazza c’erano. E qualcuno li ha ascoltati. Oggi guardano i ragazzi dall’alto e li giudicano, invece di chiedersi che Paese gli stanno lasciando. Il caro-affitti, il lavoro precario e le disuguaglianze non li hanno creati i ventenni”. Netta la critica alle misure del Governo. “Ai quindicenni lo Stato risponde con il fermo preventivo prima ancora di chiedersi perché fossero in quella piazza – prosegue Romagnoli –. È la risposta di chi ha già deciso di non ascoltare. A Milano e nell’hinterland il costo della vita e la mancanza di opportunità pesano soprattutto sui ragazzi delle periferie e sulle seconde generazioni. Mandare 500 militari in strada non serve a nulla. Serve educazione, non repressione: scuole aperte anche il pomeriggio, educatori di strada, centri di aggregazione, posti in cui i ragazzi si sentano parte di una comunità e non sorvegliati. Se si trovano le risorse per i militari, si trovano anche per gli educatori. È una scelta su dove mettere i soldi”.
Il legame tra condizioni materiali e partecipazione emerge anche dalla ricerca Acli-Iref “Un lavoro diverso”, condotta su 1.525 giovani tra i 18 e i 34 anni: per il 67,9% un Paese in cui molti giovani non trovano un lavoro dignitoso non può dirsi democratico. “Chiediamo alle istituzioni di aprire un confronto vero con gli studenti e con le loro organizzazioni – conclude Romagnoli – e di rispondere con scelte concrete. Dagli alloggi pubblici, agli investimenti nella scuola pubblica, fino al tema del lavoro dignitoso che deve essere garantito alla nostra generazione.
Noi facciamo la nostra parte: i circoli Acli sono aperti e siamo pronti a ospitare questo confronto, a Milano e in tutta Italia. Ascoltare è il primo compito di chi governa”.