Meeting Rimini: Marzegalli (Fondazione Grassi), “sento dire tanti no all’accanimento terapeutico, ma io aggiungo un no all’abbandono”

(da Rimini) “La cura passa attraverso la passione condivisa per l’altro”. Non la tecnologia, né la struttura, per curare servono le persone. E in questa emergenza sanitaria che stiamo vivendo dalla comparsa del Covid e che non è affatto terminata, è proprio questo che manca: infermieri, medici, anche familiari accanto ai malati. È il messaggio più forte emerso dall’incontro “L’abisso tra essere soli e avere un alleato. La passione per la cura” al Meeting di Rimini che ha visto confrontarsi, coordinati dal direttore della Rete delle Cure palliative dell’Ausl Romagna Marco Maltoni, Lorenzo Berra, medico anestesista al Massachusetts General Hospital di Boston, Raffaele Donini, assessore alle Politiche sanitarie dell’Emilia-Romagna e coordinatore della commissione Salute della Conferenza delle Regioni, e Maurizio Marzegalli, vice-presidente della Fondazione Maddalena Grassi. Berra in particolare ha parlato della solitudine dei medici e degli operatori sanitari che, negli anni, gli hanno permesso di combatterla. “È un’illusione pensare di star a galla da soli nel sistema sanitario – ha spiegato -: troppo facile rimanere schiacciati dalle cose da fare o dal pensiero di essere la risposta all’infinito bisogno dell’altro, invece di esserne la compagnia”. Anche la paura di sbagliare, ha aggiunto, “coincide con il concepirmi da solo. Invece quando mi sento amato, allora l’umanità rifiorisce”. “Stiamo vivendo una delle più grosse emergenze sanitarie della storia degli Stati Uniti d’America – denuncia -: mancano infermieri, fisioterapisti ma anche medici, in reparti che stanno diventando deserti. E l’unico arma di baratto per tenere la gente a lavorare è il dollaro”. Un’emergenza che, in forme diverse, è evidente anche in Italia, nell’efficientissima Milano, ha segnalato Maurizio Marzegalli, parlando del lavoro alla Fondazione Grassi che si occupa di assistenza domiciliare di pazienti cronici e gravemente disabili (struttura convenzionata con il pubblico): “Seguiamo tra gli 85 e i 143 bambini l’anno nella parte pediatrica. L’anno scorso sono stati 85 ma non è diminuita la richiesta da parte delle famiglie, si è ridotta la nostra capacità di curarli. Mancano infermieri, non li troviamo. Chiediamo loro di fare un lavoro gravissimo, e delicatissimo. E a casa, senza di loro, le famiglie sono sole”. Marzegalli, con la sua esperienza di 40 anni come primario ospedaliero e poi come vice presidente della Fondazione ha tenuto a presentarsi anche come “nonno di Benedetto, 17 anni, affetto da una paralisi celebrale infantile. ‘Non comunicherà mai, non sorriderà mai’, ci hanno detto quando è nato – ha spiegato -. Non ci si aspetta mai nulla da queste persone, ma non è vero: hanno dentro un mondo, bisogna solo scoprirlo”. Ogni persona malata o disabile, ha aggiunto “è un segno che richiama al Mistero”. “Sento dire tanti no all’accanimento terapeutico – ha concluso -, ed è giusto ma io vorrei dire anche ‘no’ all’abbandono, perché molte di queste persone sono abbandonate”. L’assessore riavvolge il nastro dell’emergenza Covid, ricordando di essere stato “il primo paziente guarito in Emilia-Romagna – ha raccontato -. In quell’occasione, un medico mi disse: ‘Il vero abisso di questa malattia è che si muore da soli”. Da questa consapevolezza, le scelte della Regione Emilia-Romagna nell’emergenza sanitaria, ha detto l’assessore, hanno puntato sul collegamento tecnologico tra pazienti e famigliari, sul supporto psicologico (100mila prestazioni offerte a pazienti e operatori sanitari), sulla domiciliarità (con le famose Usca) e ora sulla salute mentale (“la cui domanda oggi è senza precedenti”, ha sottolineato), sulla cura per tutti (28mila profughi ucraini curati in Emilia-Romagna) e sulle cure palliative. Ma ha lanciato un appello al Governo, “mio e di tutti i miei colleghi – ha sottolineato -: a non derubricare la spesa sanitaria in Italia che per il 2024 è prevista ridotta allo 0,1% rispetto al 2019. Non dimentichiamo quello che abbiamo promesso di fronte ai morti di Bergamo”.

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