Omicidio a Taranto: Migrantes, “interrogarsi sulla violenza del linguaggio e sull’ipocrisia dello sfruttamento”

“Vi scriviamo con il cuore ancora scosso dagli eventi che hanno colpito la nostra comunità tarantina, sentendo il dovere di condividere con voi alcune riflessioni nate dal dolore, ma anche dalla speranza che anima il nostro quotidiano impegno per l’accoglienza e la protezione dei migranti”. Sono le prime parole di una lettera indirizzata alla Fondazione Migrantes (Cei) dall’Ufficio Migrantes dell’arcidiocesi di Taranto, guidato da don Giuseppe Calamo, sull’omicidio di Bakari Sako, il bracciante agricolo di 35 anni originario del Mali ucciso all’alba di sabato scorso in piazza Fontana, nel cuore della città vecchia di Taranto, in seguito a un’aggressione di cinque giovani. La Migrantes di Taranto “desidera onorare e richiamare con forza la memoria del giovane Bakari”: “Vogliamo credere, con la stessa pietà cristiana, che il giovane quindicenne coinvolto non sapesse realmente cosa stesse facendo. Taranto non è violenza. Taranto è, e vuole continuare a essere, una città di accoglienza, un porto aperto a tutti. Questa tragedia si è consumata all’alba del 9 maggio, proprio nei giorni in cui la nostra città celebra San Cataldo. È doloroso pensare che la felicità di una festa così sentita sia stata infranta proprio mentre celebravamo il nostro Santo Patrono, un uomo venuto da lontano come uno straniero per portare luce, pace e dialogo”. “Questa tragedia ci interroga profondamente su due fronti – si legge nella nota -. Il primo, la violenza del linguaggio. Siamo convinti che l’aggressione fisica sia spesso il tragico sfocio di una violenza verbale che pervade la nostra società. Ogni giorno, in Italia, vengono diffuse menzogne sul fenomeno migratorio che avvelenano le menti. Il secondo è l’ipocrisia dello sfruttamento. Dobbiamo denunciare con forza come l’economia locale e nazionale spesso poggi sulle mani dei migranti, le stesse mani che preparano il cibo sulle nostre tavole o che costruiscono le infrastrutture per i Grandi Giochi del Mediterraneo, spesso in condizioni di sfruttamento vergognoso e senza tutele contrattuali”. “Da parte nostra, – conclude la lettera – continueremo il nostro lavoro per ‘disarmare le parole’, seguendo l’esempio e la via tracciata da Papa Francesco e da Papa Leone XIV”.

 

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