Carcere minorile: Milano, al “Beccaria” assistenza spirituale ed educativa per i giovani reclusi di fede musulmana. Sostegno dalla diocesi

Il carcere minorile “Cesare Beccaria” di Milano si avvarrà, già dai prossimi giorni, di un’assistenza spirituale dedicata ai giovani reclusi di fede musulmana. La decisione è stata ratificata con la firma del protocollo di intesa siglato presso il Tribunale dei minorenni di Milano dalla sua presidente Maria Carla Gatto, dal procuratore della Repubblica presso lo stesso Tribunale, Luca Villa, dal direttore del Centro per la giustizia minorile della Lombardia, Paolo Gabriele Bono, dalla direttrice reggente dell’Ipm “Cesare Beccaria”, Teresa Mazzotta, e dall’imam Dahmane Abdullah Tchina, in rappresentanza della comunità islamica. Proprio quest’ultimo – molto noto nel territorio ambrosiano, già impegnato a Sesto San Giovanni e indicato dall’arcidiocesi – collaborerà con il cappellano del “Beccaria”, don Claudio Burgio, e il suo “storico” predecessore, don Gino Rigoldi. I quali da tempo, peraltro, auspicavano l’arrivo di un imam per la preghiera musulmana del venerdì e per sviluppare anche un proficuo dialogo interreligioso.
“Pensiamo che questo sia importante perché l’Istituto è abitato in gran parte da ragazzi di religione islamica, spesso, minori stranieri non accompagnati. Quindi, avere una figura più familiare che condivida la loro religione e la loro cultura è importante e, certamente, aiuta un senso identitario che è molto fragile”, spiega don Burgio. Infatti se, nel 2024, gli ospiti del carcere per i minori a Milano sono stati 297, l’78% era rappresentato da stranieri, di cui l’87% islamici. “Il senso di questa scelta è nella linea di quella evoluzione che mette in luce come in tanti nostri luoghi vi sia sempre più multiculturalità e la presenza di diverse religioni”, dice, da parte sua, mons. Luca Bressan, vicario episcopale e firmatario, per l’arcidiocesi di Milano, dell’intesa.
Insomma, una scelta che risponde a una necessità riconosciuta anche dallo Stato e confluita espressamente nel protocollo. “Le parti riconoscono – vi si legge infatti – che i diritti spettanti ai detenuti, le modalità di esercizio, così come le procedure attuative, sono funzionali alla più ampia realizzazione dell’individuo nella salvaguardia della sua dignità di persona, al fine di permettergli la piena affermazione della sua personalità, sia nel periodo di detenzione, che nella fase successiva, al momento del reinserimento nel tessuto sociale”.
“L’idea della presenza al Beccaria di un imam, come riferimento non solo e non specificamente religioso, ma anche di educatore, guida l’idea che così si possa ricostruire una base di valori per questi minorenni, ritrovando una figura di paternità in vista di una redenzione e di una possibilità di crescita, anzitutto, per loro”, conclude mons. Bressan.

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