Lavoro: p. Perrot, “deve esprimere la sua dimensione spirituale rispettando e prendendosi cura anche del lavoratore”

Il lavoro non deve prendersi cura solo della natura e della società; per il gesuita Étienne Perrot, economista, professore invitato presso l’Università di Friburgo (Svizzera), “il lavoro deve prendersi cura anche del lavoratore”. Nel quaderno n.4154 de La Civiltà Cattolica, in uscita sabato 15 luglio ma come di consueto anticipato al Sir, Perrot affronta il tema della “spiritualità del lavoro” che considera il lavoratore non come un robot soggetto ad algoritmi (leggi, decreti, procedure), ma nella sua dimensione propriamente umana, cioè capace di una relazione sempre rischiosa con gli altri e mai ridotta a oggetto controllabile. L’autore analizza inoltre gli effetti disumanizzanti e deleteri di un’organizzazione del lavoro identificata con gli ingranaggi di una grande macchina economica e presenta, sulla base della tradizione sociale cristiana, le condizioni che restituiscono al lavoratore il suo ruolo propriamente umano.
“La dottrina sociale della Chiesa – scrive – fissa alcuni elementi distintivi, di cui sono ben noti i tre principali: il bene comune; la destinazione universale dei beni; l’opzione per i più deboli e precari. Da questi princìpi derivano il primato del lavoro sul capitale, la dignità del lavoratore e la comunità di lavoro”. Ne consegue che il lavoratore non è “un individuo isolato nelle sue transazioni contrattuali, ma una persona situata nelle sue relazioni professionali, sensibile all’alterità, che lo rende capace di esercitare, per la sua maggiore realizzazione come essere umano, la sussidiarietà solidale”. Insomma, per “qualificarsi come umano”, il lavoro “deve esprimere la sua dimensione spirituale, e per questo deve rispettare tutta la persona e tutti gli uomini”.

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