Coronavirus Covid-19: don Ghirelli (missionario), “la mia quarantena in Etiopia. Se il virus si diffonde sarà un disastro. Senza ospedali che potremo fare?”

“Scuole chiuse, incontri di gruppo vietati, posti di blocco della polizia dove ai fermati viene misurata la temperatura, presidi sanitari e protettivi come mascherine sono disponibili solo nei grandi centri abitati. Il governo aggiorna la situazione dei contagiati, ad oggi (16 aprile, ndr.) sono 79 con due persone morte, ma il timore è che non siano numeri reali. Come si fa, infatti, a controllare una popolazione di 110 milioni che vive prevalentemente nelle zone rurali? I contagiati potrebbero essere molti di più”. È la testimonianza che arriva dalla prefettura apostolica di Robe, in Etiopia, dove da sei anni vive e opera, come missionario fidei donum della diocesi Anagni-Alatri, don Giuseppe Ghirelli. In una lettera ai benefattori e amici della sua diocesi di provenienza, e pervenuta al Sir, don Ghirelli racconta la sua “quarantena in Etiopia”. “Con i tre missionari di Padova stiamo dentro la missione e cerchiamo di ridurre i contatti con l’esterno. Ci vediamo con i ragazzi della casa famiglia ai quali abbiamo raccomandato di non andare per nessun motivo in città, soltanto la mamma si muove per la spesa. La mattina – scrive il missionario – abbiamo organizzato due ore di scuola per i ragazzi e poi ci dedichiamo a piccoli lavori (sistemazione della strada, della staccionata, taglio della legna, cura dell’orto…). Con internet riusciamo ad avere notizie sulla pandemia, anche se da tre giorni non c’è connessione. Siamo ‘prigionieri in casa’, agli ‘arresti domiciliari’, però possiamo muoverci con la nostra macchina anche se lungo la via c’è la polizia che ci controlla la temperatura. Nelle città si nota meno traffico, ma la gente che cammina a piedi è tanta, è difficile non farli muovere. Non abbiamo mascherine per proteggerci e nemmeno si trovano i prodotti per la pulizia. O meglio ci sono ma solo nei grandi centri, così andiamo avanti cercando di essere attenti ai contatti e lavandoci spesso le mani con il sapone”.
La paura di don Ghirelli è che “se il virus si diffonderà sarà un disastro. Senza ospedali, né medicine che potremo fare?”. Da questa considerazione nasce, secondo il missionario, la necessità “di ripensare alle forme di aiuto internazionali per i Paesi africani. Non realizzare solo grandi opere, pur necessarie per dare lavoro, ma pensare di più alla maggioranza della popolazione pensando agli ospedali, alle scuole, all’acqua potabile”. È, infatti, in queste situazioni che si comprende che “il bene primario è la salute delle persone, mentre in questi anni ci hanno fatto credere che la cosa più importante era consumare beni, avere tante cose, spesso inutili, spendere e spandere, senza pensare al domani. Ora, in questo tempo di pandemia, mancano i rapporti con le persone a noi care, ci vengono a mancare tanti mezzi esterni, abbiamo dovuto abbandonare tante abitudini, ci stiamo rendendo conto che dobbiamo poggiare la nostra vita su basi più solide e durature”.
La domanda allora è la seguente: “su cosa contare per il cammino della vita? Questo periodo così strano e difficile, se sapremo vederlo anche come un’opportunità, ci insegnerà a riflettere e a rivedere l’impostazione della nostra vita. Noi cristiani sappiamo bene che Dio parla nella concretezza della vita. In ciò che accade attorno a noi c’è sempre un messaggio da parte di Dio. Se sapremo riconoscerlo, ascoltarlo e poi viverlo, allora davvero anche per noi si realizzerà la parola“ tutto concorre al bene di coloro che amano Dio. Dio non abbandona mai chi confida in Lui”.

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