“La nostra disciplina è fatta di memoria, soprattutto di memoria collettiva, quella che unisce persone di cui ignoriamo le storie individuali e che permette di costruire identità condivise che è molto più della somma delle memorie personali”. Così Francesca Romana Stasolla, ordinario di Archeologia Cristiana e Medievale alla Sapienza commenta al Sir la lettera apostolica di Papa Leone XIV, pubblicata ieri, per il centenario del Pontificio Istituto di archeologia cristiana, nella quale si riafferma il valore dell’archeologia come disciplina fondamentale per comprendere la fede incarnata nella storia. Un richiamo, per la professoressa che ha diretto gli scavi al Santo Sepolcro di Gerusalemme, “centrale e prezioso”. Particolarmente significativo, per Stasolla, il passaggio di Papa Leone XIV sul “‘pellegrinaggio della vita compiuto nel concreto della storia’. Nessuno lo inizia da solo, all’improvviso – spiega l’archeologa – ma sulla base di una lunga percorrenza di generazioni”. E l’archeologia dà profondità a questo cammino. Per questo, sottolinea, l’archeologo non è un custode del passato, ma un interprete del presente: “Un archeologo non vive nel passato, un archeologo vive nel presente, utilizza la sua scienza e la mette al servizio della comunità per capire meglio il presente, perché siamo persone in cammino che però hanno alle spalle tante altre persone in cammino”. E proprio qui si colloca la definizione del Papa dell’archeologia come ‘scienza della soglia che sta tra la storia e la fede, tra la materia e lo Spirito, tra l’antico e l’eterno’. “L’archeologo – aggiunge Stasolla – è colui che si affaccia su questa soglia, mantenendo un equilibrio costante tra la realtà che abita e la memoria che studia e restituisce alla società”. E in un’epoca segnata da cambiamenti rapidi e crisi globali, la professoressa interpreta le parole del Pontefice come una richiesta di radicamento: “Più i mutamenti sono veloci, più abbiamo bisogno di memoria. Senza, siamo in balia dei flutti. L’archeologia analizza quello che si è scelto di perpetuare, ma non indaga solo ciò che è stato monumentalizzato, ma anche ciò che è stato scartato, occultato, ritenuto insignificante. È questo che le dà un potenziale ricostruttivo straordinario: permette di leggere e ricostruire tutto”. L’archeologia cristiana, conclude Stasolla, è per sua natura legata alla memoria: “Il cristianesimo stesso si fonda su un processo di ricordo e trasmissione. Molti dei materiali giunti fino a noi esistono perché radicati in percorsi di devozione”. Ed è proprio questo intreccio tra fede, storia e materialità che consente di collegare la vita di oggi a quella delle comunità che nei secoli hanno dato forma al fenomeno cristiano. “Noi archeologi – conclude – vogliamo capire chi siamo e dove siamo. E sappiamo che senza il passato questo non è possibile”.