In Italia sono 867 i progetti attivi della rete del Sistema di accoglienza e integrazione (Sai), il 44,3% da più di dieci anni. I posti finanziati salgono a 44.209 (+8,3% sul 2024), quelli attivi a fine 2025 a 41.289 (+6,7%): 33.885 per l’accoglienza ordinaria, 6.646 per minori non accompagnati, 758 per beneficiari con bisogni sanitari specifici. La rete coinvolge 1.991 Comuni, oltre 1.100 piccoli centri e il 93% dei grandi Comuni sopra i 100mila abitanti. Accolte 55.779 persone, quasi il 90% under 41, 14.829 minori complessivamente. Le donne sono il 26,2% del totale. Dei 19.307 beneficiari usciti dal sistema, il 61,6% ha completato con successo il percorso di inserimento. Tra i beneficiari, il 3,8% presenta disagio mentale, il 3,5% è vittima di tortura o violenza, il 3,2% di tratta; tra le donne le percentuali salgono al 5,9% e al 7,9%, mentre il 9,5% dei minori non accompagnati arriva in condizioni di fragilità. Sono i dati più significativi della XXIV edizione del Rapporto sul Sistema di accoglienza e integrazione, presentati oggi nella sede di Anci nazionale a Roma.
Per Camilla Orlandi, responsabile del Dipartimento Immigrazione di Anci, il Sai è “un patrimonio infrastrutturale, professionale e sociale” in crescita su tutti i fronti, e resta l’unica misura stabile per i minori non accompagnati. “In una fase delicata e cruciale con l’avvio dell’attuazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, è fondamentale investire sull’unico sistema di accoglienza diffusa che dimostra di funzionare in Europa”, ha sottolineato Gianguido D’Alberto, sindaco di Teramo e delegato Anci all’Immigrazione, secondo cui “questo rapporto non ci fornisce solo la fotografia statica della realtà, ma anche la direzione verso cui muoversi nell’immediato futuro: alcune considerazioni emerse dovranno essere ribadite durante il dibattito parlamentare per l’attuazione del Patto”. “Il ministero dell’Interno – ha proseguito – ha annunciato l’intenzione di ampliare il Sai; per Anci la sfida sarà garantire sostenibilità alla rete già attiva, rafforzando le alleanze istituzionali su lavoro, casa, sanità e documentazione amministrativa”. Ma accanto a questo l’Associazione ribadisce la “necessità di alleanze istituzionali solide in ambiti chiave come inserimento lavorativo, accesso alla casa, assistenza sanitaria e documentazione amministrativa”.
Per il prefetto Rosanna Rabuano, capo Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del ministero dell’Interno, “l’esperienza del Sai dimostra il valore della collaborazione tra ministero dell’Interno, Comuni e Terzo settore”, un sistema che accompagna un numero crescente di persone verso autonomia e inclusione. Nel suo intervento, Nicola Pasini, segretario generale della Fondazione Ismu Ets, ha ricordato come “l’immigrazione non è solo una questione emergenziale, ma una sfida che coinvolge Comuni, scuole, lavoro e servizi territoriali. Il Sai è uno strumento chiave di coesione sociale e sviluppo territoriale: investire nell’integrazione significa investire nella qualità del welfare locale e nella capacità dei territori di affrontare le trasformazioni demografiche ed economiche future”.