Maturità: mons. Parisi (Lamezia), lo studio è “una palestra di umanità”

“Augurarvi quella consapevolezza la cui resa letteraria viene attribuita a Socrate: ‘So di non sapere’. In questa massima di uno dei pensatori che è fra gli iniziatori della filosofia occidentale si trova un condensato di saggezza: in primo luogo suggerisce che vi sia ancora, dopo un tratto di itinerario già percorso, tanto cammino da compiere; poi lascia intendere che non si possa essere mai sazi di conoscere e di sapere; e, infine, insegna che la contezza del limite è lo sprone a non smettere mai di cercare”. Lo scrive il vescovo di Lamezia Terme, mons. Serafino Parisi in un messaggio ai giovani che si apprestano all’esame di Maturità.  Per il vescovo tutto il percorso compiuto fino ad oggi è da considerare come “propedeutico alle novità, ai cambiamenti e alle scoperte che vi attendono, insomma a tutto ciò che si aggiungerà alla montagna – speriamo inesausta – del vostro sapere (e anche, ma secondariamente, delle vostre competenze). Si lavora, si studia, si ricerca non per colmare un vuoto, ma per dilatare gli spazi, inseguire l’orizzonte, rincorrere la meta… appassionatamente”.

L’esame di maturità – scrive il vescovo lametino – è “certamente una prova scolastica, ma è soprattutto un ‘simbolo polisemico’: tra i vari significati distinti e correlati circoscrive un cammino compiuto, ma contemporaneamente mostra un portone che si spalanca, come un sipario che si apre, per un ulteriore atto della vostra vita, sul ‘mistero’ del vostro avvenire”. Entrando nel merito dell’esame mons. Parisi sottolinea che “un voto in meno dispiace, ma non definisce né stabilisce il vostro valore; anche un voto in più, ingiustamente assegnato, dovrebbe dare da pensare perché provoca un meccanismo di micro-ingiustizie che genera dinamiche di sperequazione. Anche quest’ultima falla non è irrimediabile: i donanti e i riceventi si potranno riscattare impegnandosi, nello scorrere del tempo, a ristabilire la giustizia e l’equità. Queste due polarità dicono che la vostra storia, quella passata e soprattutto quella ventura, non può essere imprigionata in una pur espressiva valutazione legata a contingenze e a variabili che, in quanto tali, possono sempre mutare”. La scuola “non serve soltanto ad accumulare conoscenze da esibire sul palcoscenico della performatività; il suo compito è più profondo e ‘fondativo’ perché persegue l’obiettivo di aiutare ciascuno a diventare persona libera, capace di pensare, di scegliere e di assumersi le proprie responsabilità. Lo studio, per questo motivo – scrive il vescovo – è molto più di una preparazione qualificante: è una palestra di umanità”. “La vera maturità – conclude – consiste nel non sentirsi arrivati, ma nel continuare a crescere imparando a mettere i propri doni al servizio del bene comune con professionalità, competenza e coerenza. Ogni disciplina, con metodi e modi diversi, continuerà ad insegnarvi a osservare il mondo, a porvi interrogativi, a comprendere meglio voi stessi e gli altri e, in definitiva, a cercare la verità”. Qualunque sia il risultato ricordate che il futuro” non dipende da un singolo esame, ma dalla passione, dalla perseveranza, dalla cura della vostra interiorità, dal prendervi cura degli altri per costruire un mondo più umano e dalla capacità di continuare ad imparare lungo tutto il corso della vostra vita”.

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