Celebrare la festa del santo patrono della “nostra città è per noi oggi una bella occasione per lasciarci interpellare e forse anche inquietare dalle sue parole, molto simili a quelle del profeta Elia, la cui parola bruciava come fiaccola (cf. Sir 48,1), per riscoprire la bellezza della chiamata universale alla santità”. Lo ha detto questa mattina, nella basilica di Santa Maria del Fiore a Firenze, l’arcivescovo Gherardo Gambelli in occasione della festività di San Giovanni Battista, patrono della città. Commentando il Vangelo di oggi il presule evidenzia che “ci invita a riflettere su tre sentimenti che caratterizzano coloro che assistono all’evento della nascita del Battista: la gioia, lo stupore, il timore”. Il motivo della gioia è “legato alla grande misericordia che il Signore ha manifestato in Elisabetta”, ha detto mons. Gambelli: Giovanni è colui che “porta nel mondo la gioia della misericordia, ci aiuta a guardare Gesù, come l’agnello di Dio, il buon Samaritano, a lasciarci guarire da lui, dal suo amore gratuito, per fare poi come lui”. Lo stupore è “legato alla rottura del protocollo, al superamento della tradizione che voleva dare al figlio il nome del padre Zaccaria, perché perpetuasse la sua missione di sacerdote nel tempio di Gerusalemme. Fin dall’inizio – ha detto il presule fiorentino – il Battista viene presentato come colui che mette in discussione lo status quo. Il seguito della sua storia, presentata nel Vangelo, ci mette di fronte l’esempio di una realtà sociale nella quale i ruoli istituzionali e sociali hanno perso il senso profondo della loro funzione. Una realtà in cui chi ha responsabilità sugli altri si è separato dagli altri, è altro rispetto al popolo. I sacerdoti e i leviti, che dovrebbero custodire la Parola e alimentare la fede di Israele, nel loro interrogare Giovanni sono preoccupati piuttosto di capire chi sia una persona che mette in discussione la loro funzione e con quale autorità egli compia gesti che minacciano il loro ruolo sociale di unici detentori del culto”. Tutto questo “diviene un monito per tutte quelle circostanze in cui i nostri sistemi politici e istituzionali, i nostri sistemi economici, le nostre relazioni sociali, si dissociano dalla loro natura e della loro verità”. Per mons. Gambelli quella “voce che grida nel deserto” e quel “battezzare” praticati dal Battista “trovano ascolto in un popolo che sente tutta la distanza che si è creata fra sé stesso e un potere diventato autoreferenziale. Sono gli ultimi, i poveri, i peccatori, gli scartati ad avere il cuore aperto all’ascolto, a cogliere come sia necessario cambiare la direzione del cammino, ‘convertirsi’ per ritrovare l’unità profonda fra ciò che si è e ciò che si fa e si dice. I tanti che pur lavorando non riescono a vivere una vita dignitosa qui a Firenze, gli studenti universitari che vedono menomato il loro diritto allo studio perché la nostra città non riesce ad accoglierli, le donne, gli uomini e le famiglie che non vedono tutelato il loro diritto alla casa, i troppi che negli ultimi anni hanno dovuto lasciare la città perché il costo della vita è oltre la loro portata, i carcerati di Sollicciano che vivono quotidianamente in condizioni inaccettabili”. E poi il terzo sentimento è quello del timore: “Notiamo come il sentimento sia legato a un atteggiamento di fondo che consiste nel custodire gli eventi e le parole nel cuore. Il timor di Dio è quella forma matura della fede che permette di disobbedire alla paura della morte con la quale il demonio ci tiene prigionieri”.