Il 2025 è stato l’anno di maggiore retromarcia dell’Europa sulle politiche ambientali. Anche se negli ultimi quarant’anni, inquinamento e cambiamento climatico hanno causato 250mila morti nel continente, i programmi ambiziosi contenuti nel Green Deal varato nel 2019 si stanno lentamente dissolvendo sotto i colpi delle lobby industriali e delle destre. Per fortuna c’è chi non si arrende, come i 57 Paesi “volenterosi” che si sono riuniti a Santa Marta, in Colombia, per insistere sulla transizione energetica e proporre delle soluzioni alternative per l’uscita dal fossile. L’ultimo numero de lavialibera, il periodico di Libera a Gruppo Abele, dal titolo “Santa Marta aiutaci tu”, racconta proprio le due facce di questa partita, ancora tutta da giocare. L’inchiesta curata da Paolo Valenti si sofferma, in particolare, sugli incontri sempre più numerosi tra i membri della Commissione europea e i lobbisti industriali e commerciali, che finiscono per influenzare le politiche comunitarie. Due su tre degli oltre 27mila incontri tenutisi dall’avvio del secondo mandato von Der Leyen nel dicembre 2024 hanno coinvolto aziende o associazioni industriali e commerciali, solo il 15% organizzazioni non governative e meno del 5% sindacati e ordini professionali. Un divario già visibile nel primo mandato (2019-2024), che però si è notevolmente ampliato nel secondo. In particolare, le lobby si concentrano sui pacchetti legislativi Omnibus, volti a ridurre i costi amministrativi e gli obblighi di informazione per le imprese dell’Unione. Il caso più eclatante riguarda il primo Omnibus, il cui obiettivo è semplificare le direttive sugli obblighi di rendicontazione e vigilanza in materia di sostenibilità ambientale e sociale imposti alle aziende, uno dei pilastri del Green deal.
“La situazione peggiora – scrive Luigi Ciotti, nell’editoriale del numero – anche perché i grandi gruppi di potere politico ed economico non hanno intenzione di cedere un’unghia dei propri profitti o della propria influenza. Ma anche perché la maggior parte dei cittadini e delle cittadine fa resistenza rispetto all’idea di cambiare in maniera radicale le proprie abitudini di vita. Se le politiche fanno passi indietro e in pochi si scandalizzano significa che siamo di fronte a un più generale arretramento della consapevolezza e del senso civico. Tutti, o quasi, preferiamo chiudere un occhio, anzi due, e andare a sbattere contro le conseguenze certe ma apparentemente ancora lontane del cambiamento climatico, piuttosto che guardare in faccia la realtà e invertire la rotta. Mettiamo la politica di fronte alle sue responsabilità e dimostriamoci pronti a frenare, noi per primi, quell’inerzia che genera scelte perdenti per (quasi) tutti i cittadini e le cittadine d’Europa”.
Ma gli attivisti del clima, realtà come ReCommon o i “volenterosi di Santa Marta”, che ad aprile si sono riuniti in Colombia con l’ambizione di costruire un’alternativa solida e concreta alle Cop per il clima, non si arrendono ai potenti.