Donne e lavoro: Marchegiani ad assemblea Anfn, “molte si dimettono per la difficoltà a conciliare lavoro e cura”

(Foto Anfn)

“I dati dicono che in Italia una lavoratrice su cinque esce dal mercato del lavoro dopo aver avuto un figlio. E le dimissioni volontarie post-maternità sono quasi sempre al primo figlio, entro il primo anno di vita. Nel 2022 sono state registrate oltre 61.000 convalide di dimissioni volontarie per genitori con figli sotto i tre anni. Il 72,8% riguardava le madri. E il motivo principale, per le donne, non era professionale: era la difficoltà a conciliare lavoro e cura. Il 41,7% citava la mancanza di servizi, il 21,9% problemi di organizzazione del lavoro”. Il quadro è stato offerto da Lucia Marchegiani, mamma di 6 figli, docente di Organizzazione aziendale, Gestione delle risorse umane, Knowledge management, Digital all’Università Roma Tre e alla Luiss, intervenuta ieri al Villaggio San Pellegrino a Misano Adriatico, dov’è in corso l’assemblea nazionale delle Famiglie numerose.
“Tra le donne occupate tra i 25 e i 54 anni, quelle senza figli lavorano al 68,7%. Quelle con due o più figli minori scendono al 57,8%. Quasi undici punti percentuali di differenza, non per scelta ideologica, ma per mancanza strutturale di alternative”, ha sottolineato la docente, che ha ricordato: “La premio Nobel Claudia Goldin ha mostrato qualcosa di più preciso e più scomodo: il problema non è l’accesso delle donne al lavoro, quello è largamente risolto. Il problema sono i greedy jobs, i lavori che premiano la disponibilità totale, la reperibilità continua, la presenza senza limiti. In quel modello, la cura diventa automaticamente un handicap competitivo. E siccome ricade ancora principalmente sulle donne, il risultato è strutturale, non individuale. È un circolo vizioso perfetto: le donne guadagnano meno, quindi mollano prima. E mollando prima, guadagnano ancora meno. Spezzarlo richiede interventi simultanei su più livelli: non basta un congedo di paternità di dieci giorni mentre i padri che lo usano vengono ancora guardati con sospetto dai colleghi”.
Rispetto al problema che a parità di mansione, una donna, a fine carriera, guadagni molto meno rispetto agli uomini, Marchegiani ha evidenziato: “Il gap grezzo in Italia è intorno al 20-25%. Quando controlli per settore, ruolo e ore lavorate, si riduce. Rimane però un residuo che non si spiega con variabili oggettive, e quello sì, è discriminazione diretta. Ma c’è una componente ancora più insidiosa, perché quasi invisibile: il gap non si genera al momento dell’assunzione. Si genera nel tempo. Dopo la maternità le donne crescono più lentamente, accedono meno alle promozioni, vengono percepite come meno disponibili, anche quando producono gli stessi risultati. Gli economisti lo chiamano motherhood penalty e fatherhood bonus: negli Stati Uniti i padri con figli guadagnano il 23% in più dei colleghi senza figli. Le madri guadagnano il 35% in meno dei padri. Trentacinque percento. Non è un dato sul passato, è il 2024. Sono due facce dello stesso pregiudizio implicito: chi cura è meno serio, chi delega la cura è più affidabile. Finché non cambia questa logica, la parità salariale resta una promessa vuota”.

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