Una città attraversata da sentimenti opposti, tra preghiera e violenza, speranza e ostilità. È la testimonianza che arriva direttamente da Gerusalemme nelle parole di Adriana Sigilli, presidente dell’associazione Oasi di Pace, che racconta giorni segnati dalla convivenza difficile di memorie e tensioni ancora aperte. “Gerusalemme – afferma – è apparsa sospesa tra cielo e terra, con tutte le emozioni del conflitto concentrate in poche ore”. Il racconto parte dal Monte degli Ulivi, dove la solennità dell’Ascensione è stata celebrata in un clima di raccoglimento e preghiera, sotto il segno di una tradizione secolare custodita dai francescani. “Pregare in quel luogo – spiega – significa lasciarsi avvolgere da una pace profonda”. Ma scendendo verso la città, il contrasto si fa evidente: migliaia di giovani israeliani in festa per il Jerusalem Day, tra canti, bandiere e iniziative anche pacifiche, da parte di attivisti per la pace, come la distribuzione di fiori agli arabi in segno di amicizia. Accanto a questi gesti di dialogo, però, emergono gravi episodi di tensione. Sigilli riferisce di gruppi di coloni che hanno trasformato la giornata in occasione di provocazioni e offese, anche verso i simboli cristiani. Tra gli episodi più gravi, gesti di disprezzo e sputi contro una statua della Vergine Maria, molto cara agli abitanti del quartiere, situata a pochi metri dalla sede della Custodia e degli scout. “Non è solo vandalismo – sottolinea – ma un’offesa a ciò che Maria rappresenta per milioni di persone e a un patrimonio spirituale condiviso anche con il mondo musulmano”. Il clima di tensione ha avuto ripercussioni anche sulla vita quotidiana, con negozi della Città Vecchia rimasti chiusi per timore di atti di violenza. È un segnale preoccupante di come l’aggressività e l’intimidazione possano condizionare la vita quotidiana e alimentare un diffuso senso di paura”. Particolarmente dolorosa, osserva la presidente di Oasi di Pace, la presenza di giovani e bambini tra i protagonisti di questi gesti: “I più piccoli osservano e imparano da ciò che vedono. Se assistono a gesti di disprezzo e di violenza, rischiano di considerare tali comportamenti come normali e accettabili. Così l’odio si trasmette da una generazione all’altra, invece di educare al rispetto, alla convivenza e alla pace”. Eppure, in questo contesto segnato da due ferite ancora aperte – tra la celebrazione del Jerusalem Day e la commemorazione palestinese della Nakba – resta viva la speranza. “I cristiani continuano a pregare – conclude Sigilli – custodendo silenzio e fiducia che il bene possa prevalere”. Gerusalemme, ancora una volta, si conferma luogo di contrasti ma anche di una possibile vocazione: “insegnare al mondo che la pace nasce dalla capacità di attraversare i conflitti senza perdere la speranza”.