“Migliaia di persone hanno abbandonato l’area di Dahieh e le città meridionali come Tiro, intasando le autostrade verso nord in una fuga disperata che ha spinto decine di scuole della capitale ad aprire le porte per offrire rifugio agli sfollati. Per ora si contano circa 35mila persone sfollate, circa 5.000 famiglie. Il governo libanese ha aperto 168 rifugi per gli sfollati e i bisogni sono in aumento, acqua, cibo, materiale igienico-sanitario, kit per l’inverno e soprattutto la popolazione sta vivendo un nuovo trauma. Le famiglie hanno bisogno di supporto psicosociale per affrontare il dramma che stanno vivendo”: a parlare dal Libano è il capo missione di Cesvi Federico Patacconi dopo gli attacchi con missili e droni nel nord di Israele che ha scatenato la pesante risposta di Tel Aviv. Secondo le ultime notizie, l’esercito israeliano sta entrando nel Libano meridionale. La scorsa notte i bombardamenti hanno colpito duramente i quartieri meridionali di Beirut, il Sud del Paese e la Valle della Bekaa, provocando più di 50 morti e 150 feriti secondo i dati delle autorità locali. Lo staff sul campo della Ong Cesvi sul campo sta bene, è al sicuro e sta monitorando costantemente l’evolversi della situazione per garantire la continuità del supporto alle comunità colpite, attraverso supporto psicosociale rivolto in particolare a bambini e le famiglie e per fornire beni di prima necessità alla popolazione sfollata.
“Questa nuova escalation – commenta il Cesvi – rappresenta l’ennesima drammatica violazione del cessate il fuoco siglato nel novembre 2024. Solo nei primi tre mesi del 2025 sono state documentate oltre duemila violazioni della sovranità libanese, alimentando una pressione psicologica insostenibile su una popolazione che porta ancora i segni del conflitto precedente. Il timore diffuso è che intere aree del Paese tornino a essere inabitabili, proprio mentre il Libano affronta il 2026 in una condizione di estrema fragilità economica e sociale”.
Oggi quasi tre milioni di persone, tra cittadini libanesi e rifugiati siriani, dipendono dall’assistenza umanitaria. La crisi economica, aggravata dall’iperinflazione e dal collasso dei servizi pubblici, ha ridotto drasticamente il potere d’acquisto delle famiglie, costrette spesso a tagliare i pasti o a ritirare i figli da scuola. I bambini sono i soggetti più vulnerabili perché soffrono di stati d’ansia o depressione, mentre crescono esponenzialmente i rischi legati al lavoro minorile e ai matrimoni precoci.