“Questa mostra è un segno che la storia, anche quando è dolorosa, può diventare occasione di crescita e di consapevolezza. E noi, con i mezzi che abbiamo, siamo responsabili di dire che una ferita può diventare luogo di speranza e uno spazio desertificato, può essere un bosco come quello delle Querce”. A dirlo è stato l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini che, anche nella sua veste di presidente dell’Istituto di studi superiori “Giuseppe Toniolo”, è intervenuto all’inaugurazione della mostra multimediale “Seveso 2076”, allestita presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e che, a cinquant’anni dall’incidente Icmesa del 10 luglio 1976, guarda ai prossimi 50 anni di impegno per l’ambiente, la sicurezza e la qualità della vita. “Il ricordo di quegli eventi è la celebrazione di una solidarietà efficiente, commovente, lungimirante. Ne è stata protagonista la popolazione di Seveso, le istituzioni civili e sanitarie che seppero reagire con prontezza e precisione – dobbiamo darne atto – e ne è stata protagonista la Chiesa ambrosiana, con le sue parrocchie, i suoi sacerdoti, i suoi volontari. Le parrocchie di Seveso e dei comuni vicini furono luoghi di accoglienza, di ascolto, di sostegno. Molti sacerdoti e volontari si fecero carico delle ansie delle famiglie, accompagnarono gli sfollati, offrirono conforto a chi temeva per la propria salute e per quella dei figli”, ha continuato Delpini citando il predecessore cardinale Giovanni Colombo che, allora arcivescovo di Milano, visitò le zone colpite.
“In un momento in cui la storia e i suoi disastri sembrano dimenticati e la stupidità umana convince a seminare distruzione e morte in tanti Paesi e a creare sofferenze tremende a persone e comunità, anche questa mostra può essere un monito”. Ma, ha avvertito ancora il presule, “il ricordo di quegli eventi è la commemorazione di uno scandalo: il disastro poteva essere evitato, e invece è capitato; l’informazione poteva essere precisa e realistica, invece è stata tardiva, alla ricerca del clamoroso, piuttosto che dell’interpretazione del fatto e delle sue conseguenze. Il rispetto della vita, della salute dei cittadini, in particolare delle mamme in attesa doveva essere una priorità, invece è stata strumentalizzata. In quell’epoca si è fatta una pressione forte immaginando danni incalcolabili sui feti, e facendo ricorso all’aborto. Quello che si può dire adesso che gli alberi sono cresciuti, le case sono state rifatte, le normative esistono, ma i bambini che non sono nati non ci sono. Una scelta che tormenta ancora alcune mamme”.