Accanto alle aggressioni verbali, a cui ha assistito il 68,1% degli operatori sanitari o agli episodi più eclatanti, c’è una forma di violenza trascurata ma molto persistente nei luoghi di lavoro sanitari, al punto che un operatore su sei ne è vittima regolarmente: la svalutazione sistematica del lavoro, una forma di violenza psicologica fatta di delegittimazione, mancato riconoscimento e continua messa in discussione dell’attività professionale. È questo uno dei principali risultati della prima indagine realizzata nell’ambito del progetto europeo Brave-Wow – finanziato dall’Unione europea e dedicato alla prevenzione della violenza e delle molestie di genere nei luoghi di lavoro del settore sanitario -, diffuso oggi contemporaneamente in quattro Paesi (Italia, Portogallo, Spagna e Slovenia), su oltre 4.600 professioniste e professionisti di 35 strutture sanitarie tra ospedali, residenze sanitarie assistenziali, servizi di assistenza primaria/territoriale, centri di salute territoriale e strutture di assistenza a lungo termine. In Italia, grazie alla rilevazione coordinata dall’Istituto superiore di sanità, hanno risposto 2.149 operatori di 14 strutture sanitarie.
“Il messaggio più importante che emerge dall’indagine è che la violenza non coincide sempre con l’aggressione – dice Anna Carannante, ricercatrice dell’Iss e membro del team di progetto – può manifestarsi anche attraverso comportamenti quotidiani di delegittimazione che, proprio perché si ripetono nel tempo, finiscono per essere percepiti come normali. Riconoscere queste forme di violenza è il primo passo per prevenirle efficacemente”.
Il 68,1% dei partecipanti riferisce che nel proprio ambiente di lavoro si verificano episodi di violenza verbale almeno occasionalmente e il 65,7% segnala violenza psicologica. Analizzando gli episodi che si ripetono nel tempo, emerge che la forma più persistente non è rappresentata dalle aggressioni verbali, bensì dalla svalutazione sistematica del lavoro (16,3%, che negli ospedali raggiunge il 19,3%), seguita da urla e insulti (15,1%) e dagli abusi connessi ai rapporti gerarchici (12.1%). Il fattore più frequentemente associato agli episodi di violenza e molestia non è rappresentato dai turni notturni o dalle situazioni di emergenza, ma dal sovraccarico di lavoro e dal sovraffollamento, indicati dal 54,3% dei partecipanti.
Quando gli episodi sono occasionali, i familiari dei pazienti rappresentano la fonte di aggressione più frequentemente indicata (54,5%, che negli ospedali sale al 59,1%). Quando invece la violenza diventa ricorrente, cambia lo scenario: il superiore gerarchico diventa la figura più spesso associata alle esperienze riferite. Tra coloro che dichiarano di aver subito episodi di violenza o molestia, il 37,9% indica un superiore o un responsabile tra le persone coinvolte; negli ospedali la quota sale al 43,2%. Seguono familiari dei pazienti (25,2%), colleghi (24,4%) e pazienti (21,1%). Il dato descrive il contesto nel quale questi comportamenti vengono più frequentemente riferiti, non attribuisce la responsabilità del fenomeno alla dirigenza sanitaria nel suo complesso.