Braccianti bruciati vivi: Sant’Egidio, una tragedia che non può essere messa in secondo piano

“Frastornati dal gran flusso di notizie gravi, come quelle che provengono dalle innumerevoli guerre in atto, non possiamo però considerare una notizia ‘minore’, per il nostro paese, quella dei quattro braccianti bruciati vivi ad Amendolara, nelle campagne del cosentino: tre afghani e un pakistano che ogni giorno, con grandi sacrifici e salari da fame, contribuivano alla tenuta della nostra economia agricola. Si tratta di una tragedia orribile da condannare con forza e stigmatizzare, frutto di un caporalato spietato, gestito da oscure mafie locali, che operano spesso anche attraverso mani straniere, di cui si parla troppo poco”. Lo scrive oggi la Comunità di Sant’Egidio in una nota dopo la morte di quattro braccianti agricoli in Calabria, brucati nel loro minivan.  La Comunità di Sant’Egidio, manifestando il suo “cordoglio” alle famiglie delle vittime, invita cittadini e istituzioni a “combattere l’odio e lo sfruttamento di cui sono vittime migliaia di migranti, costretti a vivere ai margini della società, senza possibilità di integrazione. Perché vengano migliorate le loro condizioni di lavoro e non accadano più tragedie come quella di Amendolara o come quella del giugno di due anni fa, quando il bracciante di origine indiana, Satman Singh, venne lasciato morire senza soccorsi nelle campagne di Latina”. Occorre “arginare una volta per tutte – conclude la nota – un caporalato che gioca sulla pelle di tante persone che contribuiscono, in condizioni molto dure, alla nostra economia”.

 

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