Un focus su come Ai e social stanno modificando anche le dinamiche interne alle famiglie. È stato uno dei momenti di approfondimento dell’assemblea nazionale dell’Anfn-Associazione nazionale famiglie numerose, in corso fino a domani a Misano Adriatico.
“L’intelligenza artificiale – ha commentato Marco Mirra, creative tecnologist AI e analista indipendente della transizione digitale – è una novità di livello antropologico, perché non si limita ad aggiungere qualcosa alla nostra vita: si innesta dentro la nostra vita. Entra nel modo in cui pensiamo, scegliamo, comunichiamo, studiamo, lavoriamo, desideriamo. E se questo è già delicato per il singolo individuo, immaginiamoci cosa può significare dentro una piccola comunità viva come la famiglia. Nella mia esperienza, oggi vedo emergere un enorme dilemma educativo ed etico”.
Ricordando che “il genitore resta il primo educatore, perché è il primo chiamato a testimoniare, ogni giorno, che senso abbia la vita”, l’esperto ha sottolineato che “l’AI non è semplicemente un’app, un social o un algoritmo che mostra contenuti. È qualcosa che dialoga, risponde, suggerisce, interpreta, anticipa. In un certo senso, si presenta come un interlocutore. E questo cambia tutto. Il rischio non è soltanto che un figlio passi troppo tempo davanti a uno schermo. Il rischio più profondo è che inizi a cercare risposte, conforto, conferme, identità e orientamento non più dentro una relazione umana, ma dentro una relazione artificiale. Una relazione che può sembrare accogliente, intelligente, sempre disponibile, mai giudicante. Ma che non ama. Non soffre con te. Non si assume una responsabilità morale. Non conosce davvero la tua storia”.
Per Mirra occorre chiedersi: “Chi sta formando il pensiero di mio figlio? Chi sta educando il suo desiderio? Chi gli sta insegnando a distinguere il vero dal falso, il bene dal male, la comodità dalla maturità?”. Per questo, ha osservato, “credo che la famiglia oggi sia chiamata a un compito enorme: non demonizzare la tecnologia, ma tornare a essere il primo luogo di discernimento. Il luogo dove si parla, si discute, si sbaglia, ci si corregge, si pongono limiti, si costruisce senso. E questo non senza contraddizioni, sia chiaro”. L’esperto ha raccontato la sua esperienza: “Ateo per anni, in continua ricerca di un senso alla propria vita, senza riuscire davvero a trovarlo. Che cosa avrei potuto trasmettere ai miei figli? ‘Figlio mio, io per primo non ci ho capito nulla: cercati la verità a modo tuo’? Oppure, che cosa sarebbe accaduto se avessi trasmesso loro solo moralismi inutili, gonfiati da una pseudo-fede teorica, fatta di parole ma non di esperienza? Per me, il passaggio decisivo è stato un altro: prendere confidenza con il limite umano. Scoprire quanto è profondo quel limite, ma anche quanto è potente sentirsi amati da Dio. Prima come uomo, poi come marito, poi come padre. Questo, per noi, è stato un crocevia indispensabile. Perché l’intelligenza artificiale può aiutare un ragazzo a trovare una risposta, ma non sarà mai capace di amare nel senso vero del termine. Amare significa essere disposti a lasciarsi consumare per l’altro. Significa esserci, perdere tempo, portare pesi, attraversare fatiche, restare. E per me questo è diventato possibile solo attraverso un’esperienza di fede vissuta sulla mia pelle. Non una teoria da spiegare ai figli, ma una vita che, con tutti i suoi limiti, prova a testimoniare che siamo amati, custoditi e chiamati a qualcosa di più grande”.