Sanremo 2026: Sibilla (Almed), “un Festival di basso livello che ha guardato al passato. La quota cantautori quasi del tutto assente”

“È stato un Festival che guardava al passato, sotto tanti punti di vista, quello dello spettacolo e sicuramente anche quello musicale”. Lo dice, in un’intervista al Sir, Gianni Sibilla, direttore didattico del Master in Comunicazione musicale dell’Alta Scuola in Media Comunicazione e Spettacolo (Almed) dell’Università Cattolica di Milano. “Quando è uscito il cast, si diceva che era di basso livello e ascoltando le canzoni questa impressione è stata confermata: trenta artisti erano troppi, non si vedeva assolutamente la necessità di un cast così ampio – spiega l’esperto -. In confronto a quelle del 2026, le canzoni dell’anno scorso sembrano dei classici. La mia personalissima opinione è che le canzoni buone per testo, scelte di messa in scena e interpretazione siano state non più di 6 o 7, una decina a stare larghi. Veramente poche rispetto alle 30 presentate”. Dunque, “quest’anno è stato un Festival di basso livello, molto tradizionalista nel senso peggiore del termine: una metà delle canzoni ha la stessa struttura, cioè quella della ballata classica, piano, voce e orchestra, e l’altra metà è costituita da canzoni che arrivano dai social o fatte per i social media. Il che va benissimo perché è il meccanismo di promozione della musica oggi, però poi se arrivano artisti che hanno un capitale di visibilità social più forte del progetto artistico, allora il problema si presenta in maniera evidente”.
L’anno scorso, ricorda Sibilla, “c’era una strada su cui si poteva andare avanti, che era quella dei cantautori. Lucio Corsi e Brunori sono arrivati a sorpresa secondo e terzo. Quest’anno la quota cantautori era quasi del tutto assente. C’erano Fulminacci, Levante e poco di più. Eppure se avessero scelto di continuare su quella strada, che aveva dimostrato di avere successo sia di critica sia di pubblico, sarebbe stato bello e interessante. Invece, le scelte sono state altre”.

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