Diocesi: mons. Gianotti (Crema), “è possibile edificare la ‘civiltà dell’amore’ anche in un mondo che sembra privilegiare criteri di potenza, logiche di conflitto, forme di sopraffazione”

La testimonianza dei “martiri del quotidiano”, “conosciuti ma, soprattutto, sconosciuti ci sostiene nella convinzione che è possibile, per grazia di Dio, edificare la ‘civiltà dell’amore’ anche in un mondo che sembra privilegiare criteri di potenza, logiche di conflitto, forme di sopraffazione, e che rischia di fare della rapidissima innovazione tecnologica un fine in sé, anziché uno strumento a servizio dell’umano e del suo sviluppo armonioso”. Lo ha affermato questa mattina il vescovo di Crema, mons. Daniele Gianotti, durante il solenne pontificale che ha presieduto per la festa di San Pantaleone, patrono della città e della diocesi.
“Sì, è possibile contribuire a edificare la ‘civiltà dell’amore’, ma è una sfida esigente”, ha osservato il presule nell’omelia: “Per questo, per contribuire a edificarla qui, in questo territorio cremasco che si affida alla sua protezione, noi invochiamo l’intercessione di san Pantaleone: lui, un cristiano che si è preso cura dei fratelli esercitando l’arte medica, un discepolo del Signore Gesù che lo ha seguito fino all’effusione del sangue, aiuti anche noi a vivere il ‘martirio del quotidiano’, ciascuno secondo le sue responsabilità e possibilità, e a essere costruttori pazienti di un mondo sempre più a misura dell’uomo, quanto più è fedele al mandato di Dio”.
Nella sua riflessione, mons. Gianotti – come riportato dal settimanale diocesano “Il nuovo Torrazzo” – ha richiamato l’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, ricordando che il Signore, anche nelle notti più buie, “suscita uomini e donne capaci di non rassegnarsi e di perseverare per il bene: persone che proteggono i fragili e aprono varchi di riconciliazione”. Nell’enciclica, guardando alle “dinamiche mondiali” sempre più complicate e drammatiche, il Pontefice suggerisce alcune “linee di azione” come “disarmare le parole”, “costruire la pace nella giustizia” e “assumere lo sguardo delle vittime”. Questo – ha spiegato il vescovo – implica – “la capacità di prendere posizione, di non rimanere neutrali. Non tanto, o non solo, a parole, ma con la premura di ‘toccare la carne’ di chi soffre: guardare i volti, ascoltare le storie, riconoscere le ferite”. “Il martirio – ha aggiunto – è spesso il frutto della presa di posizione di chi si schiera a fianco delle vittime: è stato così per il beato Alfredo Cremonesi in Birmania, o per Sant’Oscar Romero in Salvador, o per i martiri d’Algeria di cui ricorre quest’anno il trentesimo del martirio, e per tanti altri”.

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