“Il Mediterraneo conosce il valore delle differenze, anche nelle espressioni della fede” . Esso “conosce la sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono vivere”. Per questo, “fare teologia a partire dal Mediterraneo esige che ci si sappia accostare con rispetto alla fede popolare, allʼesperienza religiosa della gente comune, dei poveri di ieri e di oggi, la cui ricerca e il cui senso di Dio matura e si vive non di rado ai margini delle strutture ecclesiali ordinarie”. È quanto si legge nelle Note di metodo per una teologia dal Mediterraneo, diffuse oggi dalla Rete Teologica Mediterranea (RTMed), in occasione degli Incontri mediterranei di Barcellona.
Il problema decisivo per il metodo non è “cosa è la realtà?”, bensì da dove “guardiamo, ascoltiamo e interpretiamoˮ la realtà e, di conseguenza, decidiamo di “agireˮ in essa. Accanto al “da dove?ˮ cʼè anche il “verso dove?ˮ, il luogo verso il quale ci si muove, alla ricerca della verità di noi stessi. È a partire dal dove decidiamo di convivere che dipende il “comeˮ guardiamo alla realtà e la viviamo.
In sintesi, “per interpretare i segni dei tempi, occorre far interagire il criterio vivo della Pasqua di Gesù e il movimento dellʼanalogia, che aiuta la ‘ratio fide illustrata’ a scorgere il ‘nexus’ che lega in comunione fra loro non solo la Rivelazione naturale e soprannaturale , ma anche i rapporti tra gli uomini e con Dio”.
“Non ignoriamo – prosegue il documento – che lʼattuale realtà del Mediterraneo, in questi primi decenni del Terzo Millennio, sia tornata ad essere teatro di respingimenti, di conflitti dalle pratiche disumane, della riemergente psicosi di uno scontro di civiltà fomentato dalle religioni, in cui si giocano dichiarati e macroscopici interessi economici, di nuovi rapporti di forza”. Dinanzi a un simile scenario, “ad alcuni potrebbe apparire ingenuo o fuori della realtà parlare ancora di una mediterraneità che esprime un umano in relazione e rappresenta un ‘luogo teologico’. Eppure, avvertiamo ancor più la responsabilità di ‘promuovere, difendere, presentare la coscienza e lʼidentità mediterranee’ perché alla globalizzazione della tecnocrazia economica faccia da argine la globalizzazione di un umanesimo relazionale capace di tenere insieme unità e diversità”.
La RTMed chiarisce: “Pensare teologicamente dal Mediterraneo vuol dire necessariamente pensare insieme, nella condivisione di intuizioni e di istanze, nellʼintreccio degli sguardi derivanti da prospettive diverse. Fare teologia dal Mediterraneo e nel Mediterraneo esige una ricerca transdisciplinare che tenga insieme discipline diverse nellʼorizzonte della domanda sullʼumano; esige che si apprenda a lavorare insieme, a immaginare percorsi formativi condivisi”. E,” per noi, parte integrante del metodo è lʼavventura della Rete Teologica Mediterranea che insieme stiamo tessendo; una esperienza di comunione che è già una realtà operante nel lavoro condiviso tra le diverse sponde”.