“La Chiesa è un’istituzione in quanto deve dare forma storica a ciò che è nella sua identità più profonda: una comunione”. Da qui è partito don Vito Mignozzi, ieri sera all’Altare della Cattedra, per illustrare il senso del ministero petrino nel ciclo di incontri per il quarto centenario della dedicazione della Basilica, consacrata da Urbano VIII il 18 novembre 1626. Quel ministero, ha spiegato il teologo, è “ciò che quella stessa comunione richiede per restare visibilmente una: un primato della comunione, non un primato sulla comunione”. Tra il vescovo di Roma e il collegio episcopale, ha precisato, non ci sono due poteri paralleli, ma “un unico servizio che si declina in due modi distinti e inseparabili”. Il relatore ha richiamato Leone XIV, dall’omelia d’inizio del ministero del 18 maggio 2025, con il desiderio di “una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato”, fino al Concistoro straordinario, quando il Papa ha affermato che “l’aiuto che potrete darmi, nell’esercizio del ministero petrino, trova in me chi chiede, non chi comanda”. Ogni successore, ha rilevato, “non ‘diventa’ Pietro, ma riceve ed esercita, in forma sempre nuova eppure identica, lo stesso ministero”. Pietro e i suoi successori, ha concluso, sono artefici di comunione tra le Chiese “non perché si pongano sopra di esse, ma perché ne assumono, in forma visibile e personale, l’unità nella pluralità”.