Shoah: don Egisto Salvatori, don Aldo Mei e Stella Coppedé “Giusti tra le nazioni”

(Foto Ucs diocesi di Pisa)

La commissione per la designazione dei giusti ha deciso di conferire il titolo di “Giusto tra le nazioni” a don Egisto Salvatori, allora parroco di Terrinca, a Stella Coppedé e a don Aldo Mei, parroco di Fiano, in riconoscimento del coraggioso aiuto che fornirono ad alcune persone di religione ebraica durante l’Olocausto, rischiando la propria vita.
Una medaglia e un certificato d’onore saranno inviati all’Ambasciata dello Stato di Israele a Roma, che organizzerà una cerimonia in memoria dei tre. In futuro, i nomi di don Egisto Salvatori, don Aldo Mei e Stella Coppedé saranno incisi sul Muro d’Onore nel Giardino dei Giusti a Yad Vashem, con l’assicurazione che la loro eredità di coraggio e compassione sia ricordata per sempre.
Alle figure di don Egisto e di Stella, che vissero nella diocesi di Pisa, è legata (anche) la storia di “Lilli”. Nel febbraio del 1944, nel pieno della persecuzione antiebraica, due giovani donne, Enrica Cremisi, incinta, e sua cognata Elda Funaro con i suoi due bambini, senza mezzi né protezione, si trasferirono a Terrinca. Presso la padrona di casa Stella Coppedè e nel parroco del paese, don Egisto Salvatori, trovarono umana solidarietà e protezione. Grazie a loro, nel giugno del ’44, Enrica poté dare alla luce, nell’ospedale di Seravezza, una bambina, Adriana, familiarmente chiamata “Lilli”. E, sempre grazie all’azione solidale di alcune donne del paese come Riccarda Navarchi in Bazzichi, Lilli venne allattata.
Riconoscimento di “Giusto tra le nazioni” anche a don Aldo Mei, parroco di Fiano frazione del comune di Pescaglia, nella diocesi di Lucca. Il 2 agosto 1944, subito dopo aver celebrato la messa, fu arrestato in chiesa nel corso di un rastrellamento tedesco. Durante il periodo della Resistenza aveva spesso offerto rifugio a ebrei, disertori del regime fascista e perseguitati politici. Il comando del fascio di Pescaglia aveva ricevuto diverse lettere, tutte da un singolo scrivente, che denunciavano i comportamenti del sacerdote e il suo antifascismo. Fu rinchiuso nella Pia Casa di Lucca, processato con l’accusa di aver dato rifugio a un ebreo e condannato a morte. A nulla valse il tentativo in extremis di salvarlo dell’arcivescovo di Lucca, mons. Antonio Torrini: alle 22 del 4 agosto 1944, venne condotto da un plotone di esecuzione di SS sotto gli spalti delle Mura di Lucca nei pressi di Porta Elisa: fu costretto a scavarsi la fossa e venne ucciso con 28 colpi di fucile. Prima di essere fucilato, volle, come Cristo, perdonare e benedire i suoi assassini.

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