A livello territoriale, l’Emilia-Romagna esprime il profilo più solido del Paese, registrando un punteggio medio di 50,6 su 70,5, con zero enti critici e il 70% posizionato nelle fasce alte. Al contrario, le maggiori fragilità si concentrano nel Mezzogiorno: si collocano nelle fasce più critiche il 58,8% degli enti in Sicilia, il 53,8% in Abruzzo e il 45% in Calabria. Lo attesta “Whistle Monitor” di Libera, il primo report di monitoraggio civico nazionale sul livello di adeguatezza informativa e tecnica dei canali di segnalazione interni della Pubblica Amministrazione.
A livello settoriale – spiega Libera – la sanità pubblica emerge come il comparto più virtuoso, con il punteggio mediano più elevato (44,2) e un’alta concentrazione nelle fasce di adeguatezza. Gli enti locali mostrano invece una forte polarizzazione: se le realtà sovracomunali (Regioni, Città metropolitane e Province autonome) garantiscono ottimi canali nel 61,1% dei casi, i Comuni capoluogo di provincia arretrano bruscamente, con quasi un quarto (24,8%) degli enti in fascia critica e un 9,2% di vuoto informativo assoluto. Una dinamica simile si osserva nelle università: mentre le strutture pubbliche appaiono omogenee seppur schiacciate sulla sufficienza (appena l’8,3% di ottimi), le università private e telematiche esprimono il profilo più problematico dell’intero monitoraggio, registrando l’assenza totale del sistema interno nel 22,2% dei casi (quasi 6 volte la media generale).
Entrando ulteriormente nel dettaglio del rapporto, l’analisi dei singoli indicatori svela dettagli allarmanti sulle barriere psicologiche, tecniche e procedurali erette dagli enti: frammentazione: Più di 1 ente su 10 (12%) è privo di una pagina web dedicata al whistleblowing, seppellendo le informazioni in regolamenti interni o piani anticorruzione generici; mancanza di chiarezza e tutele: Appena il 3,1% degli enti fornisce esempi di segnalazione calibrati sulla propria realtà organizzativa. Solo nel 21,7% dei casi viene esplicitato chiaramente il nome del gestore della segnalazione, mentre il 77,5% non riporta alcun elemento sulle figure di supporto che pure accedono ai dati. Inoltre, il 32,7% non fornisce una privacy policy specifica e solo il 41,9% indica con chiarezza i tempi di risposta; barriere tecnologiche ed esclusioni: Gli strumenti tecnici di accessibilità digitale per persone con disabilità visive, motorie o cognitive sono presenti appena nel 12,6% delle pagine web analizzate. Il 37% degli enti impone la sola forma scritta, escludendo i canali orali. Inoltre, nell’8,8% dei casi, l’accesso alla piattaforma digitale richiede credenziali intranet o lo Spid aziendale: un “blindaggio” che respinge illegittimamente categorie tutelate dalla legge come ex dipendenti e collaboratori esterni; rischi per la riservatezza e silenzi: Sebbene la piattaforma crittografata sia lo standard (95%), permangono canali alternativi rischiosi per la riservatezza come l’uso di e-mail ordinarie o Pec (18,3%), buste cartacee singole (12,1%) o la consegna a mano (4%). Infine, nel 20,7% dei casi, le amministrazioni calano il silenzio totale sulla fase istruttoria di indagine.