“Siamo anche consapevoli – e se non lo siamo vuol dire che viviamo fuori del tempo – dello scollamento tra vita e Vangelo, tra culture e Vangelo; sì, siamo sconnessi nel profondo del cuore, e dobbiamo ricucire l’essere credente con l’essere cittadino”. Lo ha sottolineato, ieri sera, mons. Giuseppe Giudice, vescovo di Nocera Inferiore-Sarno, nella relazione per la Sosta ecclesiale al santuario di Santa Maria di Foce a Sarno, invitando a “lavorare sodo ed insieme” per riformare “le coscienze per tornare ad essere con un sussulto di moralità”.
Il presule ha evidenziato: “Quando siamo sfiduciati, stanchi, quando ce l’abbiamo con tutti e tutto, perché non abbiamo il coraggio di prendercela con noi stessi, quando tiriamo i remi in barca e rassettiamo le reti, quando la missione è diventata un breve giro turistico intorno al lago della nostra vita, quando l’io ha in modo suadente sostituito Dio e scende la sera, il Maestro ci ripete: ‘Duc in altum… Prendi il largo’ (Lc 5,4), e ricomincia ad ogni età la vera missione come fu per Abramo (cfr Gn 12,1-9)”. Ma “per prendere il largo, dobbiamo recuperare una parola che ripetiamo nel dialogo della santa messa: ‘In alto i nostri cuori’. E forse nella risposta ci occorre un punto interrogativo: ‘Sono rivolti al Signore?’. Se come Chiesa non vogliamo morire per asfissia, è tempo di uscire dai piccoli cabotaggi, dal lavoro negli orticelli chiusi, dalle brevi gite fuori porta, dai progetti senza respiro ecclesiale, che se non sono profumati di noi, sono solo sudati di io”.
Il vescovo ha chiarito: “Occorre un cuore missionario, ecumenico, ecclesiale, aperto alle dimensioni del mondo, ma senza sottovalutare o dimenticare il cortile del mio paese. Chiediamo un cuore in alto, cuore di Pentecoste, con tante lingue, tanti colori, ma una sola Chiesa con il linguaggio della carità, radicati nel Battesimo. Un cuore missionario non è condizionato da confini, steccati, dogane, reti, muri e certificati, ma sa andare oltre con coraggio e signorilità valorizzando ogni persona e dialogando con ogni cultura, attenti a non perdere la propria identità”.
Secondo mons. Giudice, “siamo chiamati ad impegnarci per recuperare la Magnifica humanitas”, attraverso “apertura di cuore, di mente, di prospettive, di orientamenti per non relegare la freschezza del Vangelo tra le muffe di qualche soffitta, o le chiusure della nostra impreparazione, o l’incapacità a tradurre la bellezza del Vangelo nelle lingue variegate del nostro popolo”.
Allora, “in alto i nostri cuori: sia il ritmo delle nostre comunità che, senza Vangelo, sono stanche e sfinite. In alto i nostri cuori: per rimettere insieme pastorale liturgica, della evangelizzazione e della carità, recuperando il Tripode cristologico ed ecclesiale: profeta, sacerdote, re. In alto i nostri cuori: rimettendo al centro la magnifica umanità, l’uomo – ogni uomo – tutto l’uomo, cioè la persona: spirituale, intellettuale, affettiva, sociale e corporea, siamo chiamati a rivedere i percorsi della nostra pastorale, gli stili e gli orari, evitando frammentazioni, ripetizioni, lungaggini e vacui nominalismi che, invece di accogliere, allontanano sempre più”.