“Non ci relazioniamo con il Dio uno e trino solo nella liturgia, nella preghiera o nel rapporto con il prossimo. Lo facciamo anche quando respiriamo, mangiamo o seminiamo semi; o quando abbattiamo foreste, estraiamo minerali o scarichiamo rifiuti tossici”. Lo afferma la Commissione teologica internazionale nel documento “Prendersi cura della nostra Casa comune”, pubblicato oggi, che formula quella che definisce “una diagnosi audace”: il peccato contro il creato e il Creatore. Per questo, avverte il testo, “non è coerente con la logica della fede sminuire o escludere la questione ecologica, bollandola come qualcosa di estraneo alla stessa fede cristiana”. Il documento respinge due estremi: l’antropocentrismo predatorio e il biocentrismo, e riconosce che l’interpretazione distorta del “dominio” affidato all’uomo nella Genesi ha avuto un peso nello sfruttamento del creato, da riconoscere “con vergogna e pentimento”. Tra i dati citati, il peggioramento della qualità dell’acqua dal 1990 e le zoonosi, che rappresentano oltre il 60% delle malattie infettive nell’uomo. Un capitolo è dedicato alla guerra, che non solo accelera il degrado ambientale ma “spesso persino lo persegue intenzionalmente come arma di offesa”, con l’incendio di villaggi e terreni, la distruzione dei raccolti e la disseminazione di mine. Le conseguenze, sottolinea la Commissione, ricadono con maggiore gravità sui più poveri e sulle comunità indigene.