“La cura e la protezione del minore competono all’intera comunità. Questo significa non solo contrastare e perseguire eventuali delitti e reati che possono verificarsi negli ambienti ecclesiali, ma soprattutto promuovere un lavoro di formazione e di tutela del benessere”. E’ partita da questa premessa Chiara Griffini, direttrice del Servizio nazionale per la tutela dei minori della Conferenza episcopale italiana, parlando questa mattina a Roma al Convegno “Dalla frammentazione all’integrazione. Nuovi modelli di tutela dei minori” organizzato dalla senatrice Susanna Camusso in collaborazione con ECPAT Italia (End Child Prostitution Pornography And Trafficking), in occasione della Giornata Nazionale contro la Pedofilia e la Pedopornografia 2026. La Chiesa – ha detto con convinzione Griffini – “può diventare veramente quel luogo che spezza le catene della vulnerabilità in catene di evoluzione” e il lavoro formativo che mette in campo mira non solo “a fare degli ambienti ecclesiali degli ambienti sicuri, ma vuole anche avere un impatto culturale e poter fare la differenza in chiave evolutiva nei confronti di coloro che incontrano la chiesa, minori e anche adulti”. Nel suo intervento, Griffini ha descritto il modello messo in campo dalla Cei per quanto attiene il contrasto dell’abuso sessuale e di tutte quelle forme di abuso e si è soffermata a parlare di prevenzione, sviluppata attraverso la formazione dei cosiddetti “adulti di riferimento” negli ambienti ecclesiali. “Tutti coloro che entrano in contatto con i minori in questi contesti ricevono una formazione specifica, che inizia come formazione iniziale e prosegue come formazione permanente”, ha detto la referente della Cei, aggiungendo che “l’intera attività viene monitorata ogni due anni, e i risultati di questo monitoraggio vengono resi pubblici”. Secondo i dati riferiti dalla Griffini, “mediamente, il sistema messo in campo forma circa 22.500 persone ogni anno, tutte a diretto contatto con i minori negli ambienti ecclesiali, dagli oratori alle scuole”. Obiettivo di questa formazione è “informare e rendere consapevoli coloro che operano a contatto con i minori di come possano svilupparsi diverse forme di abuso in un contesto istituzionale: dall’abuso sessuale, all’abuso psicologico ed emotivo, fino al maltrattamento”. Ma anche – ha aggiunto Griffini – “addestrare i nostri operatori a riconoscere quei segnali di abuso di cui un minore è portatore che provengono da altri ambienti”.
Accanto all’attività di formazione, la Cei ha anche istituito centri di ascolto, ai quali chiunque dichiari di essere vittima di presunti abusi in ambito ecclesiale può presentare una segnalazione all’autorità ecclesiastica competente. “Chi si rivolge a questi centri viene tuttavia sempre informato in modo chiaro e tempestivo della possibilità – e anzi viene esplicitamente incoraggiato – di rivolgersi anche alle competenti autorità dello Stato, poiché la segnalazione all’autorità ecclesiastica non esclude né sostituisce quella alle autorità civili”. Nell’ultima rilevazione effettuata sul biennio 2023-2024, i centri di ascolto hanno raccolto richieste di informazioni su abusi provenienti da contesti non ecclesiali pari al 33,7% del totale delle segnalazioni. Queste richieste sono state successivamente inoltrate, attraverso un lavoro di rete, ai servizi competenti e alle autorità statali. “Questo dimostra – osserva Griffini – che il centro di ascolto, pur essendo nato con una finalità specificamente ecclesiale, ha sviluppato nel tempo anche un importante impatto territoriale, diventando un presidio capace di accogliere segnalazioni relative ad altri ambiti. Solo grazie al lavoro di rete attivato dai nostri servizi è stato possibile far confluire correttamente queste situazioni e individuare risposte adeguate e tempestive”.