Mentre nell’est della Repubblica democratica del Congo continua il conflitto tra esercito regolare e ribelli del movimento M23, torna a diffondersi per la diciassettesima volta il virus Ebola, nella variante Bundibugyo, per la quale non esistono ancora vaccini o cure specifiche. Secondo i dati diffusi dalle autorità sanitarie, i morti sono già oltre 131, mentre i casi sospetti superano quota 500. L’Organizzazione mondiale della sanità ha convocato il comitato di emergenza, avvertendo che “l’epidemia potrebbe protrarsi a lungo”. Nelle province dell’Ituri e del Nord Kivu, tra Bunia, Goma e Butembo, il Ministero della Salute congolese ha attivato la sorveglianza sanitaria, mentre Medici senza frontiere prepara una risposta su vasta scala. Intanto cresce la preoccupazione anche a livello internazionale: gli Stati Uniti hanno sospeso per 30 giorni l’ingresso di persone provenienti da Congo, Uganda e Sud Sudan, mentre anche l’Italia monitora il personale rientrato dalle aree interessate. “Non sappiamo quale impatto avrà questa epidemia sulla guerra, ma il pericolo è enorme: da una parte c’è la diffusione del virus, dall’altra il conflitto armato”, denuncia al Sir padre Jérôme Paluku, segretario per la cooperazione missionaria dei Carmelitani scalzi, congolese. “Ho l’impressione che chi continua a combattere abbia ormai perso quell’umanità necessaria per avere compassione delle sofferenze della popolazione”. Il missionario esprime forte preoccupazione per i confratelli presenti a Goma e Bukavu e per le loro famiglie. “Siamo molto preoccupati non soltanto per i missionari, ma per tutta la popolazione dell’est del Paese”, afferma. Pur riconoscendo che il Ministero della sanità congolese ha ormai maturato esperienza nella gestione delle epidemie di Ebola, padre Paluku sottolinea le difficoltà di intervento nelle aree controllate dai ribelli dell’M23. “Se il governo può intervenire nelle zone sotto il proprio controllo, cosa accadrà invece nei territori che non controlla?”.